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lunedì 26 settembre 2016

Altro che divergenze: le banche centrali si sono messe d’accordo


Il 2016 dovrebbe essere stato il grande anno delle Banche Centrali: un anno, che secondo molti osservatori, sarebbe dovuto esser stato condizionato da una divergenza crescente tra la Federal Reserve e le altre principali banche centrali del pianeta, BCE e Bank of Japan. Al contrario, a meno di 100 giorni dalla fine dell’anno, è possibile dire che questo non sia avvenuto.
Dopo l’avvio della stretta monetaria nel dicembre 2015, Janet Yellen non ha più alzato i tassi USA ad oggi, mentre Mario Draghi ha evitato al board di settembre di potenziare ulteriormente il “quantitative easing”, così come il collega giapponese Haruhiko Kuroda, che ora si affida a un mutamento “qualitativo” degli stimoli.
John Bellows, portfolio manager e research analyst di Western Asset (gruppo Legg Mason), ritiene che l’aspetto più interessante emerso dal meeting della Fed è il modo in cui la Banca Centrale ha descritto l’outlook corrente: mentre non manca un cauto ottimismo sui prossimi trimestri (lo statement afferma che i rischi di breve periodo per il quadro economico sembrano piuttosto bilanciati), la Fed è sempre più preoccupata dalle prospettive di crescita nel medio termine.

I membri della Federal Open Market Committee (FOMC) hanno rivisto al ribasso le stime di crescita nel lungo periodo e al tempo stesso hanno ridotto quelle relative ai tassi di interesse. La correzione al ribasso dell’outlook di medio termine comporta implicazioni immediate per la politica monetaria attuale.
La revisione al ribasso sulla crescita e i tassi di interesse indica che la Fed dispone di minori margini di manovra e che le ripercussioni di un potenziale errore da parte della Fed sono amplificate. La cautela della Banca Centrale sul medio termine probabilmente ha contribuito alla decisione di lasciare inalterati i tassi, nonostante un discreto miglioramento dell’outlook per i prossimi trimestri.
Jack McIntyre, portfolio manager di Brandywine Global (gruppo Legg Mason), ritiene che durante il meeting del FOMC, i mercati non prevedevano una stretta sui tassi da parte della Fed al meeting del 21 settembre, ma ci si aspettava un tono meno accomodante.

È vero, c’erano sfumature decisamente più restrittive nel report del FOMC. La Fed ha dichiarato che l’outlook economico sembra bilanciato, fattore che va nella direzione di una stretta a dicembre. Tre membri del FOMC hanno votato a favore di un rialzo il 21 settembre -  due avevano assolutamente una posizione restrittiva, sebbene abbia votato per una stretta anche Rosengren, il Presidente della Fed di Boston, schierato su una linea più accomodante.
Ciò indica che la popolarità di coloro favorevoli ad una politica più restrittiva sta crescendo fra i membri del FOMC e che essi stanno preparando il terreno per un rialzo dei tassi a dicembre, in linea con le attese del mercato: leggermente al di sopra del 50%, sufficiente a giustificare un rialzo a dicembre.

Se la Fed non dovesse attuare una simile mossa nemmeno allora, dovremmo chiederci se la Banca Centrale si trovi effettivamente in un ciclo restrittivo.
Al contrario, l comunicazione della Bank of Japan è stata leggermente meno lineare rispetto a quella della Fed. In termini di scelte di politica monetaria, la BoJ ha scelto per così dire una soluzione chirurgica invece che le maniere forti – ritiene Jack McIntyre -.
La sua politica monetaria, cioè, ha risentito in misura leggermente maggiore di alcuni fattori tecnici. Dal meeting emerge che la BoJ intende utilizzare la propria politica al fine di cercare di mantenere sotto controllo la curva dei rendimenti, aumentandone la pendenza intervenendo sugli acquisti di obbligazioni governative giapponesi (JGB).

Questo sforzo ha dato i suoi risultati, dal momento che la curva ha assunto ripidità ed il rendimento del decennale è tornato in territorio positivo, ma è necessario prima o poi che questa dinamica funzioni in maniera autonoma. In altre parole, occorre che l’economia giapponese veda un maggiore livello di inflazione.
La BoJ ha parlato del proprio target di inflazione al 2% e della volontà di raggiungerlo, fattore che dà al tratto a lunga scadenza della curva dei rendimenti la possibilità di iniziare a prezzare aspettative di un’inflazione più elevata – se questa mostra effettivamente segni di cambiamento.

Uno yen forte è il caveat per questi piani. Se si rafforzerà in modo significativo, l’effetto sarò quello di alimentare disinflazione o deflazione in Giappone e ciò metterà ulteriore pressione alla BoJ perché attui nuovi provvedimenti (a questo punto, sarà necessario spingersi su terreni estremi, magari all’acquisto di obbligazioni governative estere).
A mio avviso le mosse della BoJ sono state soprattutto un modo per prendere tempo fino a quando l’amministrazione Abe implementerà maggiori stimoli fiscali o meglio ancora riforme strutturali in ottica “third arrow”.
Secondo Kazuto Doi, Head of investment Management Japan di Western Asset (gruppo Legg Mason), la Bank of Japan (BoJ) sembra aver cambiato corso con successo senza deludere i mercati nonostante la mancanza di un ulteriore allentamento.

I mercati hanno accolto con favore lo spostamento della BoJ da un approccio di forte impatto, che si basava su consistenti misure di quantitative easing, ad un approccio più sostenibile nel lungo termine che tenga conto anche del “controllo della curva dei rendimenti” e “dell’impegno a superare il target di inflazione”.
La decisione della Banca Centrale giapponese di mantenere invariati gli attuali tassi di interesse negativi è stata accolta positivamente dai mercati dal momento che le recenti comunicazioni della BoJ che enfatizzavano il successo della politica dei tassi di interesse negativi avevano quasi convinto i mercati che ulteriori ribassi dei tassi di interesse fossero inevitabili.
Alla luce del cambiamento, la politica monetaria sarà in grado di supportare gli attuali stimoli fiscali di pari passo con le riforme strutturali necessarie – spiega Secondo Kazuto -.

La BoJ prevede di tenere sotto controllo la curva dei rendimenti concentrandosi soprattutto sui tassi di riferimento e sui rendimenti del decennale governativo (JGB), attraverso il programma già attivo di acquisto di JGB e attraverso la nuova operazione di acquisti mirata. Rimane da vedere quanto sarà efficace il controllo della BoJ sulla curva dei rendimenti e quali saranno i dettagli dell’operazione.
Ci aspettiamo che un maggiore impegno sugli obiettivi di inflazione e un controllo più attento del tratto della curva fino ai 10 anni (senza necessariamente “acquistare” sull’intera curva) porteranno probabilmente a un aumento della pendenza sulle scadenze di lunghissimo termine.

Ci aspettiamo anche che l’impegno nel superare la soglia critica di inflazione da parte della BoJ contribuisca ad aumentare il tasso di inflazione di pareggio.
La conseguenza di questa mancata divergenza, così tanto attesa tra la fine del 2015 e l’inizio di quest’anno, è che il cambio euro-dollaro è divenuto il meno volatile tra le coppie valutarie principali del pianeta, fluttuando nel ristretto range di 1,10-1,13 negli ultimi tre mesi. 
Autore: Volcharts.com Fonte: News Trend Online

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