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lunedì 5 settembre 2016

Accordo Russia-Arabia Saudita: il petrolio vola, ma poi...


E’ bastato vedere scendere in campo in prima persona il pragmatico personaggio russo Vladimir Putin per ridare fiducia al greggio e alle sue quotazioni che hanno visto una fiammata di oltre il 4,5% per il Brent che ha superato i 49 dollari al barile e del 45% per il Wti che è arrivato a superare i 46 anche se, dopo le 13 l'entusiasmo è leggermente scemato arrivando alle 13.30 a 47,44 dolalri per il Brent e a 45,15 per il Wti. 

Ma cosa prevede l'accordo sul petrolio?

Da specificare innanzi tutto che si tratta non solo di un accordo di massima ma per giunta di una stretta di mano tra il ministro dell'Energia russo, Aleksandr Novakm e da quello saudita dell'Energia, dell'industria e della risorse minerarie, Khalid Al-Falih alla quale è seguita la dichiarazione dei sauditi per cui su eventuali obblighi vincolanti di congelamento della produzione c'è ancora tempo.

Quale sarebbe allora il fattore che ha permesso al greggio di trovare nuova (momentanea) linfa vitale per un rialzo? In realtà ad impressionare i mercati sono state proprio le dimensioni delle due parti in causa, Arabia e Russia che da sole coprono la produzione di più di un quinto del consumo globale e considerando l'anarchia che ormai regna incontrastata all'interno dell'Opec, il primo e finora unico target possibile è l'accordo non tra un ampio numero di soggetti ma tra chi vanta il più largo spettro di quote di mercato in modo che, per quanto pochi, possano condizionare l'andamento dei prezzi.

L'esempio arriva proprio da quanto sta accadendo all'interno dell'organizzazione dei paesi produttori con la sola Arabia aiutata da Kuwait e Qatar, a dettare le regole di un gioco che per il resto dei componenti del club è rischioso e controproducente.

L'intesa con l'Iran

Da parte sua la Russia ha confermato la sua presenza alla riunione Opec di fine settembre, una presenza che è dettata anche dalla peggior recessione degli ultimi 20 anni che si è abbattuta sula nazione, la quale vede il 40% dei propri introiti di bilancio derivare proprio da voci come petrolio e gas naturale.

Intanto Mosca nei giorni scorsi ha chiuso una serie di accordi commerciali co l'Iran per la costruzione di alcune piattaforme nel Golfo Persico. Nello specifico il costruttore di navi russo Krasnye Barrikady e la compagnia iraniana TODC hanno chiuso un accordo da 1 miliardo di dollari per la costruzione di cinque piattaforme offshore nel Golfo Persico: la road map prevede la costruzione di una piattaofrma ogni due anni con una partecipazione che, per Teheran, sarà a crescere e cioè dal 45% della prima al 100% dell'ultima piattaforma, un coinvolgimento che confermerebbe, seppur in maniera indiretta, quanto affermato da Putin in un'intervista rilasciata a Bloomberg e in cui afferma che la repubblica islamica è rimasta molto indietro nella produzione e che la sua volontà di proseguire per toccare nuovamente i livelli precedenti quelli delle sanzioni va assecondata.

L'accordo c'è, ma non si vede...

sulla produzione

Per quanto riguarda l'accordo tra Russia e Arabia Saudita, però, i primi e focosi entusiasmi si sono smorzati intorno alle 13 quando il Brent ha registrato un rialzo meno evidente (2,9%) e il WTI lo ha seguito a ruota (2,8%) arrivando perciò a lambire quota 48,16 dollari per il primo e 45,68 per il secondo.
Il motivo del rallentamento si è visto già quando i due paesi hanno scoperto le carte su quanto deciso e cioè
  • Agire in coordinamento con le altre nazioni produttrici di petrolio
  • creare un gruppo di lavoro per monitorare l'andamento del greggio e gli indicatori della materia prima
  • Sviluppare raccomandazioni per eventuali azioni comuni 
Chi si aspettava un accordo sul taglio della produzione o anche solo sul congelamento è rimasto inevitabilmente deluso.
Fonte: News Trend Online

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