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mercoledì 3 agosto 2016

Dopo il referendum britannico, un’agenda per l’Europa

Le analisi e riflessioni che seguono prendono lo spunto dalla lettura di tre documenti ufficiali prodotti dalle istituzioni europee in vista del sessantesino anniversario della firma del Trattato di Roma (25-03-1957). I rapporti prendono il nome dai loro relatori: da Guido Verohfstadt (Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, 5-07-2016), e Boge-Berés (rispettivamente del Comitato Bilanci e del Comitato affari economici e finanziari, 1-05-2016), Bresso-Brock (Commissione affari costituzionali, 20-01-2016).

Questi tre documenti elaborano circa 200 proposte puntuali con numerose duplicazioni e/o differenze marginali. Le proposte principali vanno valutate attentamente . Dico subito che nel Rapporto Verohfstadt (il piu recente dei tre) ci sono due proposte, amio giudizio, fondamentali. La prima chiede l’abrogazione dell’attuale Consiglio europeo e la sua trasformazione in un vero e proprio Senato federale eletto direttamente e con parità di poteri con il Parlamento Europeo, quindi, bicameralismo perfetto.

La seconda auspica la trasformazione dell’attuale Commissione in un vero e proprio governo federale pur continuando a parlare di nuova governance economica. Valuto positivamente queste proposte perchè supererebbero l’ibrido attuale di un assetto federale in fatto governato da un Consiglio espressione dei governi (sub-centrali) dei Paesi membri PM della UE .
Se gli assetti di governo multilivello, come si dice adesso, sono assetti di governo suddiviso, ogni livello deve avere il suo governo in un rapporto di sussidiarietà verticale. L’anomalia prevista dal Trattato di Lisbona è che in Europa i due più elevati livelli di governo sono costituiti dalle stesse persone con una forte distorsione del modello teorico che causa non pochi problemi che conosciamo.
Tornando ai tre Rapporti, con tante proposte anche di dettaglio, mi sembra che i relatori seguano il c.d.

approccio puntuale che si contrappone a quello globale. Con il primo si isola un problema specifico e si propone un nuovo strumento. Per ogni nuovo problema si propone prima un comitato di studio, poi uno strumento e, infine, magari, un fondo e così via creando una ragnatela di strutture specializzate ma frammentate.
Con il secondo approccio, si guarda alla macchina istituzionale nel suo insieme, si constata che essa non funziona bene e si decide di sottoporla ad una revisione generale o , al limite, alla sua sostituzione con una macchina nuova. Ovviamente Senato federale e Governo europeo con tutti i poteri del caso, non solo esclusivi ma anche concorrenti, rientrano bene in questo secondo approccio ma richiedono numerose e profonde modifiche del Trattato di Lisbona e, quindi, inevitabilmente, tempi molto lunghi.
A sentire i dibattiti che si vanno svolgendo su questi tempi e i pareri di politici ed esperti di politica europea non sembra che a Bruxelles e nelle capitali dei PM ci sia una grande voglia di riaprire il cantiere delle riforme istituzionali anche perchè, nei prossimi anni, si svolgeranno elezioni in Francia, Germania ed altrove e i Capi di governo si concentreranno sui loro problemi elettorali.

Eppure, secondo me, alcune delle riforme proposte dai tre Rapporti sono strettamente necessarie e urgenti. Prima si affronteranno e prima si risolverà il problema di legittimità e di deficit democratico che affligge le istituzioni europee. In detti Rapporti ci sono commenti diversi sulla bontà del metodo intergovernativo che negli anni scorsi ha prevalso su quello comunitario.
Se l’attuale assetto istituzionale, in fatto e in diritto, è sostanzialmente federale e se esso va completato e formalizzato come tale, allora il metodo da adottare è quello federale, senza se e senza ma.
Negli ultimi anni invece, si sono creati una serie di strumenti nuovi per fronteggiare la crisi e, per alcuni di essi si è alzata la fonte legislativa adottando il trattato intergovernativo sui cui è stato chiesto il parere del PE ma inevitabilmente delegittimando questa istituzione.

Perché lo si è fatto? Perché viviamo “la politica nell’era della sfiducia” (Rosanvallon, Controdemocrazia. Castelvecchi, 2012). I governi del PM non si fidano l’uno dell’altro e credono di risolvere il problema innalzando la fonte del diritto , alias, consacrando certi accordi in c.d.
Trattati intergovernativi o imponendo ad alcuni PM di modificare articoli rilevanti della loro Costituzione (vedi modifica dell’art. 81 Cost. richiesta dalla Germania). Se, come sostengo, in fatto, noi siamo già in uno stato federale perché abbiamo una moneta unica nell’eurozona, una politica economica e finanziaria comune dopo il Fiscal compact e i due regolamenti principali (Sixpact e il Twopact) anche se tuttora zoppa; perchè abbiamo una politica comune della difesa anche se delegata alla NATO , occorrerebbe prenderne atto e superare sia il metodo comunitario che quello intergovernativo adottando, come detto, il metodo federale.

Ma come è facile constatare, non soffia il vento giusto per fare questo salto di qualità e tuttavia è chiaro che non si può stare con le mani in mano davanti all’aggravarsi delle crisi che affliggono l’Unione a 28 e l’eurozona in particolare e che sono interconnesse: la stagnazione economica, la disoccupazione, l’emigrazione e il terrorismo di matrice islamica.
Per loro natura questi problemi non possono essere affrontati e risolti con accordi solo tra i PM dell’UE e dell’eurozona.

Sono caratterizzati da forte interdipendenza con quello che fanno le autorità di altri Paesi, di altri continenti. In queste ultime settimane, successive all’esito del referendum britannico, si è parlato molto degli effetti di una eventuale secessione della GB dalla UE ma si è ignorato quello che l’eurozona non fa per rilanciare la crescita del PIL e dell’occupazione.
La stagnazione europea e la crisi dei paesi Brics hanno prodotto un rallentamento della crescita dell’economia mondiale ben più grave di quello che, a mio giudizio, potrebbe produrre la Brexit. In ogni caso, la eventuale secessione della GB è e resta un problema politico ed economico della UE.

La situazione del Medio Oriente aggrava i fenomeni emigratori e dei rifugiati politici ma, accanto ad essa, c’è l’emigrazione strutturale proveniente dall’Africa di dimensioni bibliche. Vedi Rapporto sull’economia mondiale e l’Italia, a cura di M. Deaglio,Guerini e associati, novembre 2015.
L’Europa ha la popolazione più vecchia del mondo e l’Italia è in prima fila per la decrescita demografica. Non se ne parla abbastanza a livello federale. Abbiamo 25 milioni di disoccupati e in piu gli scoraggiati a livello europeo. È come il problema non esistesse.

Eppure c’è un collegamento ben preciso tra rilancio della crescita e dell’occupazione a livello europeo e le possibilità di accogliere un maggior numero di profughi , rifugiati e anche di migranti economici. Nei prossimi decenni l’UE , volente o nolente, deve affrontare l’arrivo di decine e decine di milioni di migranti.
Una stima prudenziale parla di 50 milioni di persone pronte a lasciare l’Africa. È chiaro che se non si risolve innanzitutto il problema dei disoccupati cittadini europei aumenta fortemente il rischio della c.d. guerra tra i poveri; aumenta la presa dei movimenti xenofobi e la situazione politica in alcuni PM dell’UE rischia di diventare esplosiva.
Ma analizziamo un po’ meglio il problema della politica economica a livello europeo.

Con il Trattato di Maastricht essa era rimasta decentrata e così con il Trattato di Lisbona. Ma con Il Fiscal Compact e gli annessi regolamenti, in diritto e in fatto, essa è stata centralizzata sempre però con l’idea del pilota automatico a cui si assegna la rotta e, quindi, si va avanti con il pilota automatico che la corregge quando la nave devia o scarroccia.
Le proposte dei tre documenti citati anche se accolgono la proposta del ministero delle finanze e/o del tesoro (Boge-Berès: 41; Bresso-Brok : 9; Verohfstadt: 10) sostanzialmente si muovono all’interno della cornice attuale seppure con differenze di enfasi. Auspicano un nuovo atto giuridico in materia di governance economica.

In altre parole, il ministro sarebbe un vice-presidente della Commissione. Ma non si approfondisce il discorso della missione e del ruolo che il governo dovrebbe avere, non si entra nel dettaglio dei nuovi poteri che bisogna attribuirgli. Non si capisce se avrà il potere di indebitarsi per finanziare progetti di investimento in infrastrutture, di ricerca e sviluppo, di controllo integrativo e complementare della domanda effettiva.
Resta l’obiettivo fondamentale di trasformare la Commissione in un vero e proprio governo federale europeo che abbia un bilancio congruo (4-5 punti del PIL europeo) per essere in grado di svolgere manovre anticongiunturali di un qualche rilievo.

La politica economica deve essere competenza concorrente del governo federale e dei governi dei PM dell’UE, a cui applicare il principio di sussidiarietà verticale. La politica economica e finanziaria deve essere opportunamente articolata per tener conto dei diversi problemi che i governi delle zone centrali e periferiche devono affrontare.
L’esperienza dimostra che l’applicazione meccanicistica di regole automatiche uguali per tutti non funziona e sta portando ad una crescente divaricazione dei livelli di reddito e di benessere tra le diverse macro aree dell’UE. Se questa, in tutta sintesi, dovesse essere la nuova missione del governo europeo non serve un “nuovo atto giuridico in materia di politica economica” (vedi Rapporto Bresso-Brok: p.9).
Come sappiamo l’attuale mix di politica fiscale e monetaria se ha fronteggiato la crisi d Autore: Enzo Russo Fonte: News Trend Online

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