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martedì 16 agosto 2016

Attenzione a non criticare Renzi per i motivi sbagliati


Il dato preliminare sulla variazione di PIL reale italiano nel secondo trimestre 2016 ha evidenziato uno sconfortante zero. Le previsioni per l’anno dovranno essere riviste, per l’ennesima volta, al ribasso, e per l’ennesima volta si dovrà prendere atto che non è in corso alcuna ripresa degna di questo nome.
L’Italia non sta recuperando il suo pauroso output gap, e non c’è alcuna prospettiva che, in costanza delle attuali politiche economiche, la situazione possa migliorare.
Vari articoli e commenti letti negli ultimi giorni, tuttavia, criticano l’azione del governo sulla base di argomentazioni sbagliate.

Spesso si legge che l’errore di Renzi è stato di aver “sperperato risorse” con iniziative che avrebbero “creato debito e non crescita”. Prendiamo per esempio gli 80 euro. Sono costati complessivamente circa dieci miliardi, e il rilancio di domanda e consumi non si è visto.
Uno spreco, quindi?
Il punto da chiarire è che tutte le azioni espansive effettuate dal governo Renzi sono state effettuate in ossequio alla ferrea logica del “saldo zero”. Se do qualcosa in più all’economia reale da un lato, in altri termini, devo recuperare con tagli o tasse da qualche altra parte.
E’ il meccanismo delle “coperture”.

Nel momento stesso in cui si cominciavano a erogare gli 80 euro, ad esempio, scattavano azioni compensative – aumenti e anticipazioni di imposte dirette, incrementi di accise, eccetera – che pareggiavano esattamente gli importi totali.
Le manovre a saldo zero evidentemente non sono espansive ma redistributive.
Non alimentano maggiore domanda - da cui segue, se c’è capacità produttiva da rimettere al lavoro, maggiore produzione e occupazione. Le manovre a saldo zero, semplicemente, tolgono a qualcuno per dare a qualcun altro.
Se c’è un effetto positivo, può essere dovuto solo al fatto che si tolgono soldi a qualcuno che tende a spenderli di meno per darli a qualcun altro li spende in misura maggiore.

Si gioca sulle differenze di propensione alla spesa, in altri termini: che sono molto difficili da misurare e alla fine tendono, comunque, in buona parte a elidersi.
Nel caso degli 80 euro, un po’ di effetto netto positivo forse c’è anche stato: chi li ha ricevuti – lavoratori a basso reddito – probabilmente ha una propensione alla spesa un po’ più alta di chi ha pagato le maggiori tasse.
Ma per importi netti molto modesti. Inoltre l’impatto sulla produzione interna dell’espansione netta dei consumi, già di per sé limitato da questo effetto di elisione, è stata ulteriormente ridotto dalla tendenza ad alimentare, in parte, maggiori importazioni.
Diverso sarebbe stato l’effetto di una manovra senza coperture, e, inoltre, parzialmente rivolta a ottenere (anche) un immediato miglioramento di competitività delle aziende italiane, mediante una riduzione consistente e permanente del cuneo fiscale.
Il problema del governo Renzi non è stato quindi l’aver “speso più soldi senza risultati”, ma l’aver adottato politiche economiche che pretendono di avviare la ripresa senza immettere maggiori risorse nette nell’economia.
Prova ne è che il rapporto deficit pubblico / PIL italiano continua a diminuire, sia pure in modo molto lento, nonostante l’assenza di crescita economica.

Diminuisce non perché sia stata avviata una ripresa che produce più gettito fiscale, ma perché l’orientamento netto delle azioni di politica economica continua a essere restrittivo. Pochissimi decimali di riduzione del rapporto deficit / PIL vengono ottenuti a costo di mantenere l’economia italiana in condizioni di depressione permanente, disoccupazione e sottoccupazione altissima, deterioramento continuo del tessuto produttivo, disagio sociale che continua a salire, sofferenze e incagli del sistema bancario a livelli inaccettabili, eccetera.
E le ultime dichiarazioni di vari esponenti governativi non danno indicazioni di inversioni di atteggiamento.

Si parla di “ottenere maggiore flessibilità” dalla UE, ma questo che significa ? il rapporto deficit pubblico / PIL italiano nel 2015 è sceso al 2,6% rispetto al precedente 3%. Nel 2016 e nel 2017 erano programmate ulteriori discese rispettivamente al 2,3% e all’1,8%.
La “maggiore flessibilità” a cui si punta consisterebbe nel continuare a ridurre il deficit, ma più lentamente. Magari, ad esempio, a 2,4% quest’anno e a 2,2% il prossimo.
In altri termini: stiamo andando nella direzione sbagliata “però” puntiamo non a invertire la rotta, ma a rallentarla.

Dovrebbe essere chiaro (ma a quanto pare non lo è…) che, così, dall’obiettivo ci si continua ad allontanare.
Una vera inversione di percorso, che permetta di avviare, finalmente, una ripresa che si possa definire tale, richiede di immettere maggiore potere d’acquisto nell’economia.
E si può farlo senza incrementare l’indebitamento pubblico e senza rompere l’euro: superando gli insostenibili vincoli dell’attuale eurosistema, con l’emissione di titoli fiscali.
Autore: Marco Cattaneo Fonte: News Trend Online

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