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lunedì 25 luglio 2016

Tra Clinton e Trump: la nuova economia americana che ci aspetta


La sfida per la Casa Bianca di quest'anno sarà molto particolare. Non tanto per le scelte che dovranno fare gli elettori chiamati a dover decidere il prossimo presidente degli Stati Uniti, quanto per il fatto che le due figure hanno un vissuto “tormentato” dalle cronache scandalistiche.

I due schieramenti

Tralasciando i particolari dei pettegolezzi sul multimiliardario Donald Trump e sula sua famiglia, andando oltre i ricordi di quanto Hillary Clinton dovette affrontare durante lo scandalo del tradimento pubblico di suo marito, l'allora presidente degli Usa Bill Clinton, sul tavolo delle proposte rimangono i programmi.

E per la precisione quelli economici, il punto debole dei democratici e quello di forza dei repubblicani i quali, pur con tutte le loro divisioni interne, sono riusciti ad approfittare del periodo di tensione sociale e di allarme internazionale per fare breccia nella pancia dell'elettorato deluso.
Ed è sempre l'economia che risulta decisiva in tempo di crisi, una crisi che ormai si avvia al compimento del decimo anno di età. A favore dei democratici ci sarebbe, ma solo in teoria, il risultato ottenuto sul  settore del lavoro con oltre 13 milioni di nuovi posti creati in 8 anni di Presidenza Obama.

Non abbastanza per risolvere la crisi di quell'America bianca, della media borghesia che negli stati industrializzati del Mid West ha dovuto pagare il prezzo più alto della crisi, della chiusura delle fabbriche, della razionalizzazione dei posti di lavoro, della delocalizzazione e, non ultima, l'entrata in scena degli immigrati illegali, anche in questo caso accusati di rubare il lavoro.

Indecisi e delusi

Per questi delusi il miliardario Donald Trump ha già elaborato la possibilità di “difendersi” su più fronti, non ultimo quello propriamente "fisico"abbattendo le zone franche entro le quali è vietato portare armi e solletcando perciò le potenti lobby dei costruttori di armi e dei loro accoliti.

Ecco allora che Trump sceglie di resuscitare il sogno della Grande America che vince su tutto e tutti. Prima di tutto contro quelle che lui ha definito le scorrettezze della Cina ovvero un commercio sleale, che alla fine dei conti sarebbe un gioco a sommazero, che per gli Usa rappresenta una perdita continua.
Per evitarla Trump punta all'aumento dei dazi. In altre parole, protezionismo il quale, a sua volta, potrebbe sfociare nell'isolazionismo. Secondo punto del programma: rinegoziare i trattati internazionali (Tpp, intesa per il libero scambio delle merci nel sud pacifico, Ttip, il trattato di libero scambio tra le due sponde del pacifico).

Un processo molto più lungo e incerto anche sul piano delle reazioni internazionali

Le questioni aperte

Da parte sua la Clinton accarezza l'idea di essere il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, e per giunta la prima donna, dopo ben 8 anni di presidenza del primo afroamericano.
Per lei sul piano della finanza, la regola regina è quella di stringere i fin troppo larghi cordoni di una regolamentazione giudicata accomodante, per dare maggiore controllo sul settore sempre più nevralgico delle banche, con una divisione netta tra quelle concentrate sull'attività di credito e quelle, generalmente viste come più "rischiose" focalizzate sulle attività di investimento.

Alla base elettorale costituita dai lavoratori, la Clinton offre l'aumento dei salari minimi a 12 dollari l'ora, tentando di abbattere le discriminazioni di genere, un tema sul quale Trump prima ha detto di voler mantenere lo status quo (7,25 dollari l'ora) mentre ora, in fase di chiusura della corsa e con la speranza di ottenere un margine di vantaggio più ampio, potrebbe rivedere la sua idea.
Per quanto riguarda le famiglie, la Clinton vorrebbe concedere un allentamento sulla pressione fiscale, con una serie di agevolazioni anche per le imprese internazionali intenzionate a trasferirsi negli Usa. Taglio indiscriminato invece per Trump per chi resta e severe penalizzazioni per chi invece delocalizza.

Difficile invece il terreno delle aliquote: di fronte ai tanti e forse insostenibili tagli proposti dal rappresentante repubblicano, la Clinton oppone una visione non popolare.

Aliquote ed esezioni

Da una parte infatti c'è il riordino delle aliquote che vorrebbe il repubblicano: portare le attuali 7 fasce a 3 (10%, 20% e 25% contro il massimo che oggi è al 39,5%) con una no tax area che partirebbe solo dopo i 25mila dollari di imponibile per i contribuenti singoli e dai 50mila per chi invece fa dichiarazioni congiunte.

Chi invece gode di dividendi e capital gain dovrà pagare, secondo Trump una tassa al 20% massimo. Dall'altra parte, invece, Hillary Clinton vorrebbe aumentare le aliquote del 4% per chi vanta un'imponibile pari a 5 milioni di dollari l’anno, portandola al 43,6% cifra che, ad ogni modo, non sarà inferiore al 30% per chi invece si ferma al milioni di dollari.
Ma a fare la differenza potrebbe essere un asso nella manica di Hillary: investimenti nelle infrastrutture per 275 miliardi di dollari una parte dei quali gestita da una banca per lo sviluppo futuro del paese. Un progetto che ha il sapore dei grandi sogni di rinascita post Depressione. E che potrebbe piacere. 
Fonte: News Trend Online

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