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lunedì 4 luglio 2016

Se Brexit serve a dare un governo alla Spagna

A soli sei mesi dall’ultima consultazione, le nuove elezioni sanciscono la fine del bipartitismo in Spagna. Il parlamento è frammentato e il paese si ritrova in una impasse politica senza precedenti nella sua storia democratica. Perché potrebbe esserci un’alleanza tra popolari e i socialisti.

Un bipartitismo quasi perfetto

La Spagna non riesce a uscire dalla più grande impasse istituzionale della sua storia democratica.
I risultati delle elezioni del 26 giugno confermano una frammentazione politica del Congreso de los Diputados, già vista nel voto del 20 dicembre scorso, che non ha alcun precedente dalla transizione democratica degli anni Settanta.

In molti speravano che lo spettro dell’ingovernabilità sarebbe scomparso con le votazioni di giugno, ma in realtà non ha fatto altro che consolidarsi. Eppure, la sostanziale alternanza al potere tra il Partito popolare (Pp) e quello socialista (Psoe) ha caratterizzato il sistema politico e istituzionale spagnolo per circa quaranta anni: cosa ha messo in crisi un sistema così ben radicato nella cultura politica del paese?
La legge organica del 1985 sull’ordinamento elettorale spagnolo prevede un sistema proporzionale puro che però, attraverso particolari meccanismi, ha sempre garantito un sostanziale bipartitismo, favorendo la formazione di maggioranze stabili, riducendo la frammentazione politica e rendendo superflua la necessità di ricorrere a grandi coalizioni.

Solo in alcune legislature i maggiori partiti politici hanno dovuto allearsi con formazioni minori per ottenere il numero di seggi necessari per raggiungere la maggioranza assoluta (176 seggi su 350). Un andamento elettorale simile si è mantenuto costante fino alle elezioni del 20 novembre 2011.
Figura 1
Fonte: Junta electoral central de España (Jec).

Tutto è cambiato nel 2011

La causa del radicale cambiamento nelle preferenze degli elettori, e quindi della fine della decennale alternanza al potere tra popolari e socialisti, è da ricercare in primo luogo nella lunga crisi economica.
Esplosa con violenza nel 2009, dopo due anni, la crisi ha travolto il secondo governo Zapatero e riportato al potere il Partito popolare con Mariano Rajoy.

Il nuovo governo monocolore a guida conservatrice si è però subito alienato le simpatie del suo stesso elettorato a causa di una ferrea applicazione delle indicazioni dell’Unione Europea e della Bce. A ciò si aggiungono il rescate bancario español, ossia il salvataggio del sistema bancario spagnolo da parte dell’Unione Europea attraverso la concessione di un prestito di 40 miliardi di euro e la lunga serie di scandali politico-economici che hanno investito numerosi esponenti di spicco dei maggiori partiti politici.
In questo contesto hanno trovato terreno fertile sia Podemos, movimento nato nel 2014 dall’esperienza di quello degli “indignados”, sia Ciudadanos, partito nato in realtà già nel 2006 in Catalogna come forza contraria all’indipendentismo della regione.

Le due formazioni, ciascuna portatrice di un proprio messaggio di rigenerazione del paese, sono tra loro antagoniste, ma entrambe si presentano come valida alternativa alla vecchia politica. La loro prepotente irruzione nello scenario politico nazionale ha fatto sì che nessun partito politico riuscisse a ottenere la maggioranza assoluta nelle elezioni del 20 dicembre scorso.
L’impossibilità di formare un governo di coalizione ha costretto re Felipe VI a indire nuove elezioni dopo soli sei mesi.
Figura 2
Fonte: Junta electoral central de España (Jec).

Verso una grande coalizione?

I risultati delle elezioni del 26 giugno non hanno fatto altro che confermare la frammentazione politica in seno al Congreso de los Diputados, rendendo utopico il raggiungimento della maggioranza assoluta da parte di popolari o socialisti.
La vittoria di Podemos, o perlomeno il suo atteso sorpasso a danno dei socialisti e l’affermazione del movimento come seconda forza politica del paese, non si è verificata (complice forse la recente vittoria della Brexit, che ha dissuaso potenziali elettori di fede europeista dal votare la formazione di Pablo Iglesias).

Il leader dei popolari Mariano Rajoy ha già annunciato la sua disponibilità a un governo di coalizione, indicando nel Partito socialista l’interlocutore ideale. Ciò che stavolta potrebbe spingere i due maggiori partiti politici verso un compromesso di governo sono gli impellenti temi europei, soprattutto la gestione della Brexit.
Vi è anche l’assoluta necessità di dimostrare stabilità politica e capacità di governo di fronte ai mercati finanziari.
Figura 3
Fonte: Junta electoral central de España (Jec).
Ciò che è certo è che nessun partito ha più la possibilità di governare da solo o con l’appoggio di qualche formazione minore.

Il bipartitismo appare ormai anacronistico nel paese iberico. Se un accordo di governo tra i due maggiori partiti politici non dovesse concretizzarsi, un’alternativa potrebbe essere una riforma del sistema elettorale vigente da parte del parlamento neo-eletto (magari l’introduzione di un premio di maggioranza), prendendo così atto del radicale cambiamento nelle intenzioni di voto degli spagnoli.
Ma la strada più verosimile resterebbe comunque un ennesimo ritorno al voto, che però rappresenterebbe l’ultima chiamata per un paese che non può assolutamente permettersi un’impasse istituzionale così prolungata, specie in un momento storico così delicato per l’integrazione europea.
Di Luca Galantini
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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