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venerdì 29 luglio 2016

Mps: perché un solo Atlante non basta


I soldi rimasti ad Atlante 1 non bastano per risolvere i problemi di Monte dei Paschi. Dunque serve un Atlante 2. Se l’operazione riesce con le sole forze di mercato, gli obbligazionisti subordinati sono salvi. Difficile la deroga per aiuti di stato. (Primo di due articoli, il secondo a seguire).
A breve l’Agenzia bancaria europea (Eba) comunicherà i risultati degli stress test sulle principali banche europee.
In base alle indiscrezioni di questi giorni, il Monte dei Paschi di Siena dovrà procedere alla cessione di 10 miliardi di crediti deteriorati (non-performing loan) “netti” e a un aumento di capitale di circa 5 miliardi euro. Incrociando le dita, tutto questo dovrebbe avvenire senza coinvolgere i contribuenti, con l’intervento decisivo del fondo Atlante 2, predisposto per l’occasione.

In realtà, l’operazione presenta alcuni aspetti tecnici rilevanti non tanto nella loro dimensione contabile, quanto per la luce che gettano sui costi nascosti delle operazioni di “sistema”.
Atlante 1 non basta perché dei 4,2 miliardi di euro raccolti, 2,5 sono stati spesi per sottoscrivere gli aumenti di capitale della Banca Popolare di Vicenza (un miliardo e mezzo) e di Veneto Banca (un miliardo), di cui Atlante è adesso azionista quasi unico.

Quanto valgano quelle due partecipazioni è difficile dirlo, visto che non sono state ammesse a quotazione. Ma, se trasliamo l’andamento dell’indice settoriale, la perdita dovrebbe aggirarsi nella migliore delle ipotesi sui 550 milioni di euro. Il valore reale di Atlante dovrebbe essere pertanto sceso a 93 da un ipotetico valore di sottoscrizione pari a 100.
È evidente che chi deve mettere risorse fresche aggiuntive preferisce farlo in un veicolo completamente nuovo. Atlante 2 per l’appunto.
Possibilità di vendere le due partecipazioni non se ne vedono, quindi in Atlante rimangono solo 1,7 miliardi di euro disponibili. Di cui una parte, circa 500 milioni, è immobilizzata come riserva per finanziare eventuali ricapitalizzazioni delle due banche venete.

La cifra di 1,2 miliardi di euro che rimarrebbe è insufficiente per affrontare il problema Mps, oberata da 47 miliardi di euro di sofferenze lorde: su un totale di 130 miliardi di crediti in essere (fonte Bloomberg, dati di fine 2015), sostanzialmente più di uno su tre è andato in malora.
Al netto di svalutazioni e coperture, il peso dei Npl è stato dimezzato a 23 miliardi di euro. Se quindi il valore nominale dei crediti in sofferenza è pari a 100, in bilancio sono adesso iscritti per un valore mediamente pari a 50. Per avere un termine di paragone con le due attuali partecipazioni di Atlante, i crediti deteriorati lordi della Popolare di Vicenza ammontavano a 8,9 miliardi a fine 2015, (5,3 miliardi gli Npl netti), cioè il 35,6 per cento del totale dei crediti.

Mentre Veneto Banca ne aveva per 7,5 miliardi (4,9 miliardi netti), cioè il 28 per cento dei crediti.

Vantaggi e rischi dell’operazione Atlante 2

Atlante avrebbe dunque due alternative nei confronti di Mps: garantire l’aumento di capitale (come ha fatto con le due venete) o acquistare una parte dei suoi Npl, di modo che la banca ripulita possa essere ricapitalizzata da qualcun altro.
Si va, pare, verso la seconda strada.
Prima di tutto, Atlante – per regolamento – deve investire almeno il 30 per cento in crediti deteriorati, cioè 1,2 miliardi di euro. E così, dato che sono rimasti solo 1,7 miliardi, il fondo non può più garantire un aumento di capitale significativo, anche volendo.

E poi la Banca centrale europea ha chiesto di ridurre gli Npl netti in carico al Monte dei Paschi per un totale di 10 miliardi (LINK a Esposito 2). Stando alle indiscrezioni di stampa, Mps ha proposto la cessione di 26 miliardi di Npl lordi per raggiungere l’obiettivo. Il rapporto di copertura dei crediti deteriorati ceduti è abbastanza alto, pari al 61 per cento.
In bilancio quindi gli Npl ceduti sono valorizzati a 39 (su 100 di nominale). Cederli al prezzo attuale di mercato, non molto distante dai 17 euro delle quattro banche regionali, vorrebbe dire causare una perdita di quasi 6 miliardi di euro solo su quei crediti.
È quindi importante trovare qualcuno che li compri a un valore decisamente più elevato.

Qui interviene Atlante 2. Sponsorizzando un’ardita operazione di ingegneria finanziaria e sobbarcandosi la parte più rischiosa, consente a Mps di vendere 26 miliardi di Npl lordi al prezzo medio di 32.
L’esborso per il veicolo finanziato da Atlante 2 sarebbe pari a 8,3 miliardi di euro, mentre la perdita per Mps si ridurrebbe a 1,7 miliardi di euro.
Così facendo, i crediti deteriorati che rimarrebbero in carico a Mps sarebbero 20 miliardi lordi, che in relazione al totale dei crediti residui farebbe un più accettabile 19 per cento. Praticamente in linea con la media del sistema bancario italiano.
Il problema è che il rapporto di copertura sarebbe pari al 35 per cento, cioè gli Npl residui sarebbero iscritti in bilancio a un valore mediamente pari a 65, decisamente distante sia dai prezzi di mercato (17) sia dai prezzi agevolati (32) dell’operazione orchestrata da Atlante 2.

Con un abbassamento prudenziale delle valutazioni al livello medio del sistema italiano, cioè 40, la perdita contabile aggiuntiva sarebbe di circa 4-5 miliardi di euro. Utilizzando, invece, l’attuale livello medio dei modelli interni di Mps (50 in base ai dati di fine 2015), la perdita aggiuntiva si ridurrebbe a circa 3 miliardi di euro.
Da qui la necessità dell’aumento di capitale per Monte dei Paschi, il cui capitale regolamentare a fine 2015 era pari a 11,3 miliardi di euro, costituito per 9,1 miliardi circa da equity e per 2,2 miliardi da strumenti Tier 2, tra cui obbligazioni subordinate detenute anche da clientela retail.

La perdita sulla cessione degli Npl (1,7 miliardi, a cui bisognerebbe aggiungere 3-5 miliardi per la revisione prudenziale dei modelli interni di valutazione degli Npl che rimarrebbero in carico alla banca), pari a 5-7 miliardi di euro, ridurrebbe il capitale di Mps al di sotto della soglia minima imposta dalla regolamentazione.
Perciò si è deciso di procedere con un aumento di capitale di almeno 5 miliardi di euro, che consentirebbe alla banca di ritornare a rispettare perfettamente i requisiti di capitale.
Se l’aumento di capitale va in porto con le sole “forze di mercato”, senza cioè l’intervento dello Stato, allora gli obbligazionisti subordinati sono salvi.

Viceversa, sarà molto difficile per il governo Renzi ottenere una eccezione così estensiva alla regola del “burden sharing”, che in teoria prevede il coinvolgimento dell’8 per cento del passivo (tutto il passivo, non solo equity e subordinati) prima che lo Stato possa intervenire.
Di Marcello Esposito
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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