-
.....................

PER MANTENERTI SEMPRE IN CONTATTO CON LATOOSCURO-TRADING.COM TWITT

lunedì 25 luglio 2016

Banche, rischio sistemico e rischio politico

Alcune banche italiane potrebbero aver bisogno di ricapitalizzarsi. Il governo cerca di contrattare con Bruxelles una diversa applicazione del bail-in per non coinvolgere nelle perdite gli obbligazionisti subordinati, spesso piccoli risparmiatori. Ma è una scelta sbagliata, per almeno tre motivi.

Quando scatta il bail-in

Le banche italiane tornano a preoccupare i mercati in vista dei risultati degli stress test, che L’Autorità bancaria europea (Eba) rilascerà alla fine del mese e che potrebbero rivelare la necessità di aumenti di capitale.

Al centro della discussione tra Roma e Bruxelles c’è la possibilità di utilizzare fondi pubblici e le conseguenze che ciò avrebbe per contribuenti e detentori di obbligazioni bancarie. Le regole europee prevedono che una banca che necessiti di capitale cerchi di procurarselo sul mercato da investitori privati.
Il fatto che abbia bisogno di ricorrere al supporto pubblico è normalmente sufficiente affinché sia messa in risoluzione. Se la banca entra in risoluzione, l’uso di fondi pubblici è concesso dopo aver imposto parte delle perdite a azionisti e obbligazionisti.
La direttiva europea in materia di risoluzione bancaria prevede che il contributo (bail-in) sia pari ad almeno l’8 per cento del passivo totale.

In Italia, il requisito è problematico per via della quantità di obbligazioni bancarie detenute dai risparmiatori al dettaglio, spesso all’oscuro del rischio. Per rimediare “disturbi” all’economia nazionale o per preservare la stabilità finanziaria, l’articolo 32(4.d) della direttiva permette di effettuare una ricapitalizzazione precauzionale con fondi pubblici senza che la banca venga messa in risoluzione.
In questo caso, la ricapitalizzazione è soggetta alla disciplina che regola gli aiuti di stato, che prevede comunque il contributo dei creditori della banca, ma limitato ad azionisti e obbligazionisti subordinati. Questa opzione limita il requisito di bail-in rispetto al caso in cui la banca sia messa in risoluzione, ma non lo elimina.

Il costo politico resta rilevante, perché in Italia i piccoli investitori detengono circa metà di tutte le obbligazioni bancarie subordinate.

L’eccezione all’eccezione

La situazione è evidentemente delicata: c’è la necessità di rafforzare il capitale delle banche italiane per rassicurare gli investitori, ma la disciplina europea prevede che l’uso di fondi pubblici sia normalmente soggetto all’imposizione di perdite su azionisti e – come minimo – obbligazionisti subordinati.

Prospettiva non allettante per un governo che prepara un referendum cruciale in ottobre, dopo segnali preoccupanti dalle recenti elezioni. La Comunicazione bancaria emessa dalla Commissione europea nel 2013 contiene un’eccezione all’eccezione: permetterebbe di limitare ulteriormente o di sospendere il bail-in degli obbligazionisti subordinati previsto nel regime degli aiuti di stato, se anche questo minimo bail-in mettesse a rischio la stabilità finanziaria o avesse “effetti sproporzionati”.
Il governo italiano potrebbe invocare questa eccezione all’eccezione, ma non dovrebbe farlo, per tre motivi.

Primo, l’idea del “diritto costituzionale al risparmio” – popolare in Italia tra gli oppositori del bail-in – è fuori luogo. Confonde i due concetti di investimento e risparmio: investire i propri risparmi in obbligazioni bancarie comporta un rischio. La Costituzione italiana non garantisce – e non dovrebbe garantire – il diritto a essere sempre e comunque salvati dalle conseguenze di scelte d’investimento sbagliate.
Ciò che tutti dovrebbero vedersi garantito è il diritto di fare scelte d’investimento consapevoli e di non essere truffati. Il che ci porta al problema della vendita fraudolenta, rilevante nel caso italiano. Queste pratiche avrebbero dovuto essere prevenute in passato, ma non sono motivo sufficiente per giustificare il salvataggio di tutti gli obbligazionisti subordinati oggi.

Sarebbe sbagliato dare per scontato prima di averlo accertato che tutti gli obbligazionisti subordinati fossero completamente inconsapevoli del rischio sottoscritto o che tutti siano stati truffati. Sembra più saggio optare per il bail-in degli obbligazionisti subordinati ora e poi mettere in piedi uno schema di compensazione per le vittime di frode, come fatto l’anno scorso.
Secondo, il rischio per la stabilità finanziaria, necessario per sospendere il minimo bail-in richiesto nel caso di ricapitalizzazione precauzionale, non è ovvio.

Il bail-in degli obbligazionisti subordinati condotto nel 2015 non ha avuto effetti distruttivi e non c’è un’ovvia ragione per cui una ricapitalizzazione precauzionale – che includa uno schema credibile di compensazione per le vittime di frode e la protezione dei creditori senior – debba creare necessariamente instabilità finanziaria.
Il rischio semmai è politico, perché lo shock sarà immediato e il rimborso richiederà tempo. Infine, la gestione della situazione Italiana ha importanti implicazioni a livello Ue: è la prima occasione in cui la direttiva in materia di risoluzione viene sperimentata nel mondo reale.

Lo scopo delle regole è fornire chiarezza sulla gestione dei problemi bancari in futuro ed è necessario che vengano applicate coerentemente perché siano credibili. Non c’è una soluzione facile: in un paese in cui l’alfabetizzazione finanziaria è bassa e circa un terzo delle obbligazioni bancarie è in mano a investitori retail, il bail-in sarà doloroso.
Ma piegare le regole – che si sono negoziate, trasposte e si conoscono da tempo – per evitare anche il coinvolgimento minimo degli obbligazionisti subordinati previsto in caso di ricapitalizzazione precauzionale creerebbe una confusione pericolosa con effetti imprevedibili a livello europeo.
Di Silvia Merler
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

Nessun commento:

Posta un commento