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venerdì 29 luglio 2016

Apologia della liquidità: estate esotica, sotto zero o in cash?


La scena più vista in anni di carriera, dopo una buona operazione: il cliente alza gli occhi dall'estratto conto e dice "Bene, ora che ne facciamo dei soldi?" Domanda cruciale per la sala operativa. Se non gliene trovi subito un'altra, rischi di perderlo.
Una frequente ossessione degli investitori è essere “troppo liquidi”.
“Perché tutta questa liquidità sul conto?” chiede il cliente, atavicamente abituato a essere investito al 90%, se vede il portafoglio più scarico del solito.

La domanda rimbalza via mail dal cliente al promotore, dal promotore a un altro ufficio, per approdare alla sala operativa. A volte, seguita da una chiamata telefonica: “vediamo come impiegare la liquidità!”. Il tono della chiamata e la sensazione di chi la riceve variano da una serenità ascetica (rarissima!), fino a un intimo senso di colpa o risentimento per chi ha fatto scuole di stampo gesuitico o calvinista.
Se in tempi normali tutto ciò sarebbe più che comprensibile (perché lasciar il denaro sul conto, quando il denaro rende?), tutto cambia nella “nuova normalità” creata artificialmente dalle banche centrali: gli investitori devono fare i conti con i tassi d’interesse negativi sui bond di qualità, rivedendo il concetto di rischio e rendimento.
Possiamo definire “sicuro” un Titolo di Stato che, se tenuto fino a scadenza, dà un rendimento negativo? Possiamo ignorare il “rischio duration” (informalmente, la reattività del titolo a un ritocco dei tassi d’interesse), sui decennali USA, tra i pochi di qualità con rendimento positivo, sapendo che prima o poi la Fed alzerà i tassi? Un imprevisto rialzo dei tassi ne farebbe calare improvvisamente calare le quotazioni.
Perché, con l’economia USA ritornata in apparente buona salute, la Federal Reserve mercoledì ha lasciato i tassi d’interesse invariati, allo 0,50%, sostenendo però che “i rischi sono diminuiti”?
In luglio 2016, dopo Brexit, i Treasury decennali USA hanno toccato il rendimento minimo della loro storia, all’1,35%.

Tra il 1790, quando furono emessi la prima volta per rimpolpare le casse del Tesoro americano dopo la Guerra d’Indipendenza contro gli inglesi, e i primi del ‘900 oscillarono tra un massimo dell’8,5% e un minimo del 3%. Nemmeno dopo la crisi del 1929 o durante la Seconda Guerra Mondiale, scesero sotto l’1,7%.
Nel pieno della crisi 2008 scivolarono al 2,3% dopo il primo round di quantitative easing. Allo scoppio della crisi greca nel 2010, si mantennero sopra il pavimento del 2,5% e anche nel 2012, con crisi bancaria e del debito sovrano in Europa, al terzo round di QE, non scesero sotto l’1,6%.
Altra vistosa anomalia di oggi, il tasso interbancario Libor in dollari, balzato allo 0,74% a tre mesi, sui massimi degli ultimi 7 anni.

Se ne parla in pausa caffè coi colleghi e ci si chiede se il raddoppio del Libor in dollari da dicembre 2015 a oggi sia dovuto a un’anticipazione di un rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed, e fin qui tutto bene, o se indichi una nuova crisi di liquidità all’orizzonte.
La SEC (Securities and Exchange Commission), organismo di vigilanza dei mercati USA, ha introdotto nuove regole, che entreranno in vigore dal prossimo ottobre, volte a disincentivare i deflussi di capitale dai fondi liquidità. La misura rievoca la disavventura, nel 2008, del Reserve Primary Fund, il più antico fondo liquidità degli Stati Uniti.

Tempestato dalle richieste di ritiro fondi da parte dei clienti (consapevoli della sua esposizione a Lehman) congelò i conti dei clienti, sospendendo a tempo indefinito i ritiri. Nel 2008 il Libor e l’Euribor erano saliti alle stelle: le banche non si fidavano a prestarsi e denaro fra loro e, quando lo facevano, si facevano strapagare.
È chiaro che la SEC porta le mani avanti e vuole rendere il sistema dei fondi monetari più resistente agli shock, ma perché una misura così tosta? Sarà un paracadute in vista delle elezioni USA?
Nel frattempo, notizia confortante, il costo per assicurarsi da un default (CDS) di Brasile, Russia e Sudafrica, è crollato.

Sollievo per il rimbalzo di petrolio e materie prime, sebbene la situazione economica di questi Paesi rimanga alquanto fragile. Viceversa, ha iniziato comprensibilmente a salire il costo per assicurarsi da un default della Turchia.
Mohammed El-Erian, guru stagionato, ammonisce gli investitori “Diffidate della calma dei mercati: covano rischi seri!”.

OPERATIVAMENTE E PER CONCLUDERE

Quando si intraprende un investimento, si dovrebbe aver subito in mente quanto si vuole ottenere e con quali rischi.
In questo momento di tassi negativi sui bond europei di alta qualità, il rendimento va cercato altrove: o con attività di trading sui bond di qualità (anche al ribasso), o su bond di minor qualità, o su valute diverse dall’Euro, o su settori diversi da bond, come azionario e materie prime, tradizionalmente più volatili.

Tutte attività per definizione rischiose.
Le Borse, alternativa ai bond, sono sui massimi di sempre negli USA e in Europa, apparentemente a sconto, hanno valutazioni elevate, quotando oltre 20 volte gli utili sull’Eurostoxx 50.
Le valute emergenti sono ancora interessanti, ma richiedono maggior selezione, dopo il fortissimo rialzo di alcune di esse, come Rublo russo, Real Brasiliano, Rand Sudafricano.
Discorso simile per le commodities come oro e petrolio.
Potrebbero salire ancora, ma han già corso tanto.
Il Dollaro, potrebbe sì far l’allungo finale contro Euro fino in area 1,07, ma un rimbalzo fino a 1,125-1,13 sarebbe normalissimo senza cambiare la situazione di fondo.
In questo panorama, per chi vuol passare le vacanze tranquillo, stare in cash se la banca dove si ha il conto è di primo rango, non guasta.

E senza sensi di colpa, perché se si vuol “star sicuri”, si paga!
Fonte: News Trend Online

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