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mercoledì 20 luglio 2016

Adesso anche Moody teme per le banche italiane


L’apparato del bail in, ovvero le norme che regolano la ristrutturazione degli istituti di credito chiamando in causa, in ordine decrescente, prima gli azionisti, quindi gli obbligazionisti e, in ultima istanza i correntisti oltre i 100mila euro, sono un carico troppo pesante per il complesso (e complessato) sistema delle banche italiane, gravate da ridotti margini di guadagno, obblighi di copertura e fardelli da non performing loans.

L'ostacolo italiano 

Ma a loro volta le norme del bail in potrebbero essere messe alla prova proprio dall’ostacolo italiano, ovvero un punto di riferimento per l’intero sistema europeo il quale non può permettersi di avere una crisi sistematica il cui epicentro sia proprio la terza economia dell’Unione.

Ieri il Fondo monetario Internazionale ha lanciato l’allarme sulle banche italiane e portoghesi sottolinenando che la debolezza degli istituti di queste nazioni rappresenta un’incognita troppo rischiosa. A sua volta, anche Credit Suisse ha deciso di mettere sotto esame gli istituti per controllarne la tenuta.
Per ultimo, ma solo in ordine di tempo, l’agenzia di rating Moody’s, la quale, con una visione ampia del problema, inquadra non solo il peso da 360 miliardi di euro di sofferenze, ma anche l’iter decisionale che dovrà essere inevitabilmente adottato nel momento in cui dalla teoria si passerà ai fatti.

Il bail in è legale

La dichiarazione arriva in relazione della sentenza con cui l’Unione ha decretato come legali a tutti gli effetti, le norme del bail in adottato in Slovenia nei confronti di 5 banche giudicate sottocapitalizzate: la giuria ha respinto il ricorso di chi a suo tempo fu chiamato per appianare il debito e oggi, sperando in un ricorso per la potenziale illegalità della decisione del governo sloveno, ha invece dovuto dire addio al rimborso.

La Corte, però, ha anche creato, senza saperlo, un problema: se da una parte il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e correntisti è valido, dall’altra c’è la possibilità, per ammissione degli stessi giudici, di riuscire a chiamare in causa anche lo stato il quale, per evitare dissesti a livello sistemico e contagi a livello internazionale, sarebbe autorizzato a intervenire, previa nulla osta di Bruxelles, con quelli che, a tutti gli effetti, sarebbero aiuti di stato.   

L'art.32 e le sue interpretazioni

Ed è qui che nasce il problema, ovvero nell’applicazione dell’articolo 32 della BRRD che prevede, appunto, la possibilità da parte di un governo di intervenire con capitali pubblici in caso di problemi evidenziati in seguito a uno stress test.

Lo stesso di cui è oggetto, tra gli altri istituti, anche Banca Mps e i cui risultati saranno resi pubblici a fine luglio. In seguito a questo si dovrebbero decidere, o meno, eventuali aiuti di stato. In base, però, a decisioni in cui il margine di interpretazione potrebbe non solo essere ampio, ma anche discorde tra le conclusioni del governo italiano e quello di Bruxelles.
Un problema non remoto se si pensa che le armi in mano all’esecutivo sono sempre più spuntate: il fondo Atlante, creato da oltre 60 soggetti finanziari tra banche ed assicurazioni, ha già speso oltre metà della sua “dote” peraltro già scarna dall’inizio con poco più di 4,2 miliardi di euro contro i 5 minimi previsti.

Facile, perciò, che si tenda a dare, in Italia, una view piuttosto ampia sull'aiuto di stato. E Bruxxelles potrebbe non apprezzare... 
Fonte: News Trend Online

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