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mercoledì 1 giugno 2016

Un asset a +80% in 4 mesi. Ma che potrebbe cambiare strada


La guerra del petrolio ha fatto sorgere non pochi problemi sia a chi ha creato i presupposti per la sua nascita (gli Usa con la rivoluzione dello shale gas) ma anche a chi di fatto l’ha provocata (l’Arabia con il suo rifiuto di tagliare la produzione Opec).

Il panorama sul petrolio

Da un anno e mezzo il settore degli energetici si sta dibattendo in una serie di incertezze e problematiche che hanno portato al limite della rivoluzione nazioni come il Venezuela e la Nigeria ma anche al limite della guerra altre realtà come l’Iran e la stessa Arabia Saudita, nemici su tutto, tranne che sulla volontà di mettere un tetto alla produzione con Teheran intenzionata a tornare ai livelli precedenti le sanzioni internazionali.

Il tutto mentre il prezzo del greggio crollava dai massimi storici di oltre 147 dollari al barile del luglio 2008 ai minimi storici di febbraio di quest’anno, minimi che non superavano i 25 dollari. La fine di un’epoca? No, forse solo il gioco della speculazione, lo stesso che adesso ha permesso al petrolio di iniziare da allora un rally che l’ha portato a superare la soglia, anche psicologica, dei 50 dollari al barile, un rally che, tradotto in numeri, è pari a +80% da inizio anno.

E domani c’è la riunione dell’Opec  

Negli ultimi decenni le economie di intere nazioni, le guerre e i sistemi di credito sono stati creati e regolati dal fattore petrolio.

Gli Usa, privi di un’autonomia energetica, in passato hanno dovuto sottostare al giogo di una diplomazia opportunistica che costringeva lo Zio Sam da un lato a combattere il terrorismo del Medio Oriente ma allo stesso tempo ad esserne uno dei suoi primi clienti. Fino a quando non è arrivata la rivoluzione dello shale gas che ha permesso agli Usa non solo di avere tutto il petrolio necessario alle proprie esigenze, ma anche a esportarlo.
Con il risultato di far crollare tutti gli equilibri esistenti.

La crisi dell'Opec

Prima di tutto quello interno dell’Opec, l’Organizzazione delle nazioni esportatrici di petrolio che deve affrontare più di una lotta al suo interno: la corrente araba, capitanata da Ryad, non vuole abbandonare al strategia fondata su una produzione costante di petrolio, in modo da tenere bassi i prezzi, ripulire il mercato dalle decine di produttori statunitensi che hanno invaso il settore e che quindi, causa il crollo delle quotazioni, non avranno altro destino che il fallimento, e, nello stesso tempo, riuscire a non perdere quote di mercato.

Magari approfittando anche dell’abbandono di quote di mercato da parte di qualche altro avversario pericoloso come la Russia.

Il vuoto ai vertici

Ma nel frattempo altre nazioni, sempre dell’Opec, non riescono a reggere il passo e, nella tempesta, stanno iniziando a perdere più di quanto potrebbero guadagnare.
E anche l’Arabia stessa, con il prolungarsi della lotta, per quanto si rifiuti di ammetterlo, inizia ad accusare i primi colpi, arrivando a decidere per la quotazione del 5% del gigante energetico Aramco, talmente gigante da poter coprire con il suo sbarco frazionale il disavanzo statale fino al 2018.

Come se ciò non bastasse Abdalla El-Badri attuale segretario generale libico dell’Opec, dovrà essere sostituito, un obbligo che si era presentato già 4 anni fa ma che, allora come oggi, si era rivelato impossibile da adempiere: troppo ampia la discordia interna nell’Organizzazione, incapace di accordarsi anche sul nome del segretario.
Una discordia che se nasce dalla constatazione di una strategia pericolosa per alcuni rappresentanti come Ecuador, i già nominati Venezuela e Nigeria, dall’altro non può non considerare che proprio il repulisti fatto sul fronte statunitense ha permesso al greggio di ritornare sul range dei 50 dollari al barile, livello intorno al quale attualmente sta orbitando e che sembra essere il primo punto per riuscire a riavviare un minimo guadagno senza dover rimettere mano ai progetti di esplorazione, tagliati per riuscire a contenere i costi durante le fasi peggiori della tempesta.

Gli stessi progetti che adesso non sarebbe necessario riprendere vista l’abbondanza ancora ampia di materia prima. 

Cosa significa tutto questo? 

Le aspettative per una presa di posizione sono molto basse e per questo si attendono lumi anche solo molto pallidi che, invece, rischiano di dare vita solo a interpretazioni.
Per questo motivo gli esperti preferiscono attendere prima di guardare ai 50 dollari come a un pavimento abbastanza forte per reggere tutte le attese che gravano sul settore. Quello di cui c’è bisogno, e che i 50 dollari al barile potrebbero offrire, sarebbe una possibile stabilizzazione dei prezzi e un calo della pressione non solo sugli energetici, direttamente ma, indirettamente anche sui bancari (gli istituti di credito durante la prima parte della rivoluzione shale non hanno esitato a elargire prestiti spesso azzardati e che adesso si stanno dedicando a tradare proprio gas e idrocarburi) che sui banchieri, nello specifico quelli centrali che devono da tempo riuscire a calibrare il tiro tra gli ostacoli dettati dall’incognita dei tassi bassi e a volte negativi e la chimera di un’inflazione al 2%.


Fonte: News Trend Online

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