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lunedì 6 giugno 2016

Sviluppo economico, da dove ripartire

Il neo-ministro dello Sviluppo economico intende riorganizzare il funzionamento del dicastero e ridefinirne il ruolo per il rilancio dell’economia italiana. Ma per realizzare il programma servono idee chiare su dove risparmiare e come utilizzare le risorse. Gli incentivi al capitale immateriale.
Il programma di Calenda
Il neo ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha annunciato il suo “programma” all’assemblea di Confindustria. Due le linee programmatiche. Primo, una riorganizzazione del funzionamento del ministero. Secondo, una ridefinizione del suo ruolo per il rilancio dell’economia italiana. Su questo aspetto, Calenda ha dichiarato che si asterrà dal perseguire politiche di settore: non è nelle stanze del ministero che si deve decidere dove deve andare l’economia italiana. L’obiettivo sarà invece il rafforzamento delle condizioni di tutte le imprese: politiche di contesto piuttosto che interventi diretti. Quanto a quest’ultimi, l’intento è di concentrare le risorse su pochi obiettivi cruciali.
È un ottimo punto di partenza. Certo, l’esperienza degli ultimi anni ci ha insegnato che anche le migliori intenzioni si infrangono su insormontabili scogli politico-burocratici. Ma un buon indirizzo è una condizione necessaria per provarci.
Dal punto di vista organizzativo, il Mise attuale nasce nella fase di “riduzione delle poltrone” ed è frutto della fusione di tre ministeri: Industria, commercio e artigianato; Commercio internazionale; Comunicazioni. Si occupa di a) politica industriale; b) politica per l’internazionalizzazione; c) politica energetica; d) politica per le comunicazioni (cliccate qui per una descrizione dettagliata del funzionamento del ministero).
Riorganizzare un tale coacervo non sarà facile. Ci sono chiare complementarietà fra le prime tre funzioni nel promuovere il sistema produttivo. Il punto più controverso sono le comunicazioni. Se da una parte la banda larga è chiaramente una priorità strategica, dall’altra rientrano nelle competenze del ministero anche le televisioni e le radio. Settore non chiave per lo sviluppo, ma carico di interessi economici e politici. Liberarsi di questa zavorra politica potrebbe essere una buona idea.
Dalle spending review agli aiuti alle imprese
Quanto alla missione, negli ultimi dieci anni ogni tentativo di riforma è partito con una spending review. Lunga la lista dei commissari chiamati a realizzarla: Enrico Bondi, ora richiamato al ministero di nuovo con lo stesso compito, Piero Giarda, Mario Canzio, Carlo Cottarelli, Roberto Perotti, Yoram Gutgeld (e probabilmente dimentico qualcuno). Sugli aiuti alle imprese ha prodotto un documento e una proposta di legge anche la “commissione Giavazzi”, di cui ho fatto parte.
I risultati delle varie review sono stati deludenti: hanno prodotto molta informazione, rimasta fondamentalmente nei cassetti ministeriali. Dunque, piuttosto che ripartire con una ricognizione, sarebbe utile aprire i cassetti e basarsi sui vari rapporti esistenti. Un nuovo censimento è un’inutile perdita di tempo, sarebbe più importante concentrarsi sugli obiettivi e chiedersi perché tutti i tentativi precedenti abbiano portato a risultati deludenti, magari sentendo in proposito gli ex-commissari.
Dal punto di vista degli aiuti alle imprese, la realtà è che la spesa ministeriale per questa voce è stata fortemente ridimensionata negli ultimi anni. Il file excel allegato riporta il bilancio preventivo del ministero per il 2016, ordinato per grandezza dell’intervento. La prima voce, di circa 1,5 miliardi, riguarda l’aereonautica, che, con tutta probabilità, significa Finemeccanica. Poi c’è il fondo per la competitività e lo sviluppo, istituito da Corrado Passera, che ha accorpato varie voci sparse di spesa. L’ammontare è di circa 700 milioni. È stato utilizzato anche per fornire garanzie ai crediti alle Pmi, molto apprezzati nella fase acuta della crisi finanziaria. Si spera, però, che l’uscita dalla crisi e il riassetto del sistema bancario lo rendano una voce meno necessaria. Seguono fondi per l’Enea (Stoccolma: 32615983.ST - notizie) (Ente per le nuove tecnologie e l’ambiente, quindi non sono incentivi alle imprese) e poi varie voci che riguardano le spese militari. Ci sono poi impegni passati di spesa a cui non si può venir meno: si tratta di cifre non trascurabili, ma certo non sconvolgenti.
Molto più “grasso” è rimasto nei bilanci delle regioni, la cui spesa è meno monitorata di quella dello stato centrale. Rivedere quelle voci di spesa si scontra con l’autonomia regionale garantita dalla riforma del Titolo quinto, ma è un passaggio obbligato per reperire fondi.
Come impiegare le risorse
Dato che il riutilizzo di ogni euro andrà sudato, è ancora più importante avere le idee chiare su cosa farne. Due suggerimenti.
Primo, ridurre il cuneo fiscale è il modo migliore per rilanciare la competitività delle nostre imprese. Reindirizzare fondi da incentivi di dubbia utilità a riduzioni delle tasse sulle imprese, fra l’altro, è uno scambio a cui le imprese stesse si sono dette più volte favorevoli.
Secondo, concentrare gli incentivi su quello che manca veramente al nostro sistema produttivo: capitale immateriale. È inutile finanziare investimenti in macchinari e beni strumentali: questo è il lavoro delle banche. La competizione internazionale si gioca oggi su innovazione, marchi, capitale umano e organizzativo. È su questi aspetti che il nostro sistema produttivo sta perdendo la sfida, non sui macchinari. Le risorse finanziarie e le idee per aiutare le nostre imprese si dovrebbero concentrare su questi fattori. Ciò vale in particolare per le piccole aziende, che fanno più fatica a finanziare questo tipo di investimenti.
Di Fabiano Schivardi
Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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