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mercoledì 15 giugno 2016

L’oro sale, i rendimenti obbligazionari scendono


Le materie prime hanno continuato la loro forte ascesa nella maggior parte dei settori, ad eccezione dei metalli industriali. Verso la fine della settimana, tuttavia, un’ondata di monetizzazioni ha posto una certa pressione in vendita, riducendo i prezzi. Il tutto di fronte ad una combinazione di diverse commodity che hanno raggiunto l’area di ipercomprato, mentre il dollaro ha recuperato alcune delle perdite in seguito ai deboli dati sull’occupazione USA del 3 giugno.

La domanda di dollaro è aumentata, mentre gli investitori si preoccupano sempre di più dei possibili risultati del referendum Brexit del 23 giugno. La combinazione della Banca Centrale Europea, che ha spostato il focus del suo programma di acquisti di asset sulle obbligazioni societarie, e dell’acquisto di Titoli di Stato tedeschi come bene rifugio, ha favorito ulteriormente una contrazione dei rendimenti delle obbligazioni ad alto rating.
Attualmente, il Bund a 10 anni supera lo zero di un solo punto base. Un contesto di rendimenti obbligazionari in riduzione e di aumento dell’avversità al rischio, in combinazione con la minaccia inflazionistica che emerge dal rincaro sui beni alimentari ed energetici, ha contribuito a dare ai metalli preziosi un ulteriore impulso, oltre a quanto già visto in seguito ai dati deludenti sull’occupazione USA di maggio. Il dollaro rimane un fattore importante, ma chiaramente non è l’unico che condiziona i metalli alle porte del voto Brexit, e abbiamo potuto vedere come questo settore sia rimasto in piedi nonostante il vento contrario causato dal rafforzamento della valuta americana.
Il rame ha conseguito una performance generalmente positiva rispetto agli altri metalli industriali, non da ultimo lo zinco, sostenuto dalla chiusura delle miniere e dai segni di un’offerta non in grado di soddisfare pienamente la domanda. Lo spostamento dall’ottimismo relativo alla Cina alla consapevolezza di un eccesso di produzione ha spinto il rame su un minimo di quattro mesi.
La debolezza di questa settimana è stata trainata da un aumento del 39% delle scorte di rame. La maggior parte dell’aumento è stato registrato tra Singapore, Corea del Sud e Taiwan, probabilmente da forniture da e verso la Cina, dirottate sia a causa della minore domanda che dalle migliori opportunità commerciali.
Dopo aver scambiato lateralmente per un paio di settimane, WTI e Brent hanno ripreso la loro salita durante la scorsa settimana. Le interruzioni nella fornitura e la riduzione delle scorte continuano ad essere il principale fattore responsabile di questo movimento, portando anche segni di ottimismo per il settore del petrolio di scisto.
Gli attacchi in Nigeria stanno, se non altro, interrompendo la produzione di petrolio in tutto il paese, come previsto. Mentre le minacce sembrano non avere particolare seguito, la produzione giornaliera della Nigeria è tuttavia crollata di oltre 1 milione di barili al giorno, ai minimi degli ultimi due decenni.
Il declino annuale nelle scorte USA è ormai in fase avanzata. Le scorte settimanali sono calate di 3,2 milioni di barili la scorsa settimana e combinate con l’aumento della domanda di raffinamento hanno aiutato a compensare un aumento contro-stagionale delle scorte di benzina e il primo aumento stimato nella produzione degli Stati Uniti dal mese di marzo.
L’aumento di 10.000 b/g è stato trainato dalla ripresa della produzione dall’Alaska e da una riduzione del calo nei 48 stati più bassi. Inoltre, il primo aumento settimanale nelle piattaforme petrolifere degli Stati Uniti dal mese di marzo ha posto le basi per un miglioramento delle prospettive americane.


Articolo a cura di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di SaxoBank

Fonte: www.finanzaoperativa.com

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