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martedì 7 giugno 2016

Emergenti: la mappa di quelli più vulnerabili

Prima l’entusiasmo di un nuovo orizzonte che, secondo gli analisti avrebbe presto sostituito le economie occidentali ormai esauste, alla guida del mondo. Poi il dietrofront e i timori di una valutazione troppo ottimista per un settore ancora acerbo e internamente disomogeneo. Adesso (Londra: 0N5I.L - notizie) il ritorno, con qualche precauzione. Stiamo parlando degli Emergenti. 
L'analisi delle criticità
Secondo l’analisi di Michiel Verstrepen, economista di Degroof Petercam restano ancora le incognite di una stabilizzazione da parte della Cina e di una chiarezza di direzioni da parte della Fed, due incognite che pesano molto, forse troppo, nella lista dei fattori di valutazione per il futuro degli emergenti. Un futuro che viene minacciato anche da altri elementi come la scarsità di riserve in valuta estera, le pressioni sul tasso effettivo di cambio, un elevato deficit delle partite correnti, in questo caso presenti soprattutto su Sud Africa, Turchia, Indonesia, Argentina, Messico, Brasile, Polonia e India. A questo si aggiunga anche un veloce e spesso incontrollato mercato del credito, caratteristica presente soprattutto su mercati come quello di Cina, Brasile, Malesia, Tailandia e Turchia. In particolare il report analizza il caso della Cina, nazione in cui il credito al settore non-finanziario ha visto un +74% rispetto al Pil dal 2008, anno dello scoppio della crisi, un trend che, a differenza di altre nazioni, Pechino non riesce a invertire. A rendere la posizione de Celeste Impero più rassicurante ci sarebbe il forte quantitativo di riserve valutarie unito a un disavanzo delle partite correnti oltre al fatto che la parte di debito a breve termine in mano a istituzioni esterne è relativamente limitata. Resta però l’apprezzamento del tasso effettivo della moneta nazionale, lo yuan, che ha registrato un +27% dallo scoppio della crisi finanziaria internazionale oltre a un mercato dei capitali ancora particolarmente incatramato e non sempre limpido. 
Il Brasile 
Altro grande gigante dai piedi d’argilla è il Brasile: contro la nazione carioca remano sia il deficit delle partite correnti  al 2% del Pil che un aumento del credito, il tutto unito alla crisi politica ed economica che da mesi sta dilaniando la nazione. Anche in questo caso a suo favore restano una grande quantità di riserve estere pari al 20% del Pil e un debito estero minimo rispetto al Pil. 
Sul filo del rasoio la situazione dell’Argentina, nazione che finora ha festeggiato la figura del suo presidente Macri particolarmente gradita ai mercati ma che adesso si trova a dover affrontare i suoi problemi di fondo rappresentati da un forte deficit delle partite correnti arrivato al 3% del PIL unite a riserve ufficiali che non vanno oltre il 4% del PIL e che per di più, fanno notare gli esperti, sono illiquide. In questo scenario appaiono cruciali più che mai le riforme che il nuovo governo ha deciso di creare in ambito economico. 
Avvicinandosi all'Europa... 
Resta poi il fronte più vicino all’Europa, quello turco che vede come elemento degno di essere monitorato con attenzione il deficit delle partite correnti e l’andamento della situazione politica e diplomatica; guardando invece alla valuta nazionale l’analisi sottolinea come la lira turca, pur deprezzata dell’11% al tasso effettivo di cambio dallo scoppio della crisi, potrebbe essere oggetto di un ulteriore deprezzamento con una banca centrale in grado di poter agire sulle riserve nell’ambito di una più vasta strategia di fluttuazione controllata della valuta.
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