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giovedì 30 giugno 2016

E se Londra ci ripensa (perchè può ancora farlo)... che succede?


Il risultato inatteso del referendum inglese è stato talmente eclatante, soprattutto per le conseguenze che ha portato a livello geopolitico (rischi di secessione all'interno della stessa gran Bretagna) da far nascere il sospetto che, come in un brutto sogno, si stia lavorando per rimediare a un guaio che nessuno si aspettava.

L'Europa contro

Ieri dall'Europa è arrivata la “tirata” d'orecchio da parte del presidente Juncker il quale ha invitato Londra a rispettare la volontà degli inglesi e quindi a dare il via alle pratiche per il divorzio dall'Unione, accollandosi tutte le conseguenze, in maggior parte negative, di una scelta che porterà risvolti pesanti proprio sul settore cardine dell'economia inglese, ovvero la finanza.

Un atteggiamento particolarmente severo motivato dal fatto che da tempo l'Inghilterra gode di alcune concessioni strappate in passato con la minaccia di un addio di Londra, addio che, a quanto pare, è arrivato lo stesso e che allontana, tra le altre cose, anche la possibilità di una sorta di statuto speciale come quello di cui ha finora goduto la Norvegia la quale, invece, ha da sempre confermato, nonostante ripetute consultazioni, la sua volontà di essere estranea all'Ue.

La visione di Londra

Finora i vertici del governo inglese hanno usato la scusa delle dimissioni del primo ministro David Cameron, annunciate immediatamente dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali, per rimandare il più possibile l'iter amministrativo, un iter che, tra l'altro, è difficilmente gestibile anche a livello burocratico dal momento che è la prima volta che una nazione esce dall'Ue e il trattato di Lisbona al riguardo non è molto chiaro.

Anche per questo motivo si è deciso di lasciare al successore di Cameron l'incarico storico con annesse tutte le patate bollenti che si presenteranno. Data prevista per l'avvicendamento: 9 settembre.
Quasi una strategia per rimandare il più possibile in modo che i mercati, che già guardano altrove, si dimentichino del problema e l'opinione pubblica, proverbialmente di memoria corta, faccia altrettanto.
In tal caso gli sherpa della diplomazia inglese avranno gioco facile nello strappare condizioni molto comode alla delegazione europea, altrettanto interessata a non perdere un facoltoso esponente di un'economia che, bene o male, è sempre tra le più prosperose del Vecchio Continente.

Insomma, parafrasando il Gattopardo, “tutto deve cambiare perché tutto rimanga uguale”. Impossibile, a questo punto, non fare un ulteriore parallelismo richiamando alla mente quanto a suo tempo, un profondo conoscitore dell'animo umano era solito dire e cioè che a pensare male si faceva peccato ma si indovinava.

I sospetti

A far nascere più di un dubbio sulla volontà politica di evitare il taglio netto, arrivano anche le dichiarazioni dello stesso Cameron il quale ha più volte sottolineato come la decisione definitiva spetti solo ed esclusivamente al Parlamento di Sua Maestà.

E in questo caso un qualsiasi cavillo potrebbe essere sufficiente per sollevare un ragionevole dubbio. Quale? Ad esempio citando gli esclusi, i cittadini residenti all'estero che non hanno avuto la possibilità di votare e che, forse, potrebbero essere stati decisivi in senso opposto. Una volontà politiche che metterebbe in salvo gli interessi economici e che rispetterebbe la volontà di Londra e di Edimburgo, entrambe a favore della permanenza nell'Unione, ma che salverebbe anche la nazione stessa visto che la Scozia è disposta a promuovere un altro referendum per l'indipendenza da Londra e il ritorno nell'Ue dopo quello che a suo tempo fu perso proprio per paura, allo stesso tempo, di uscire anche dall'Unione Europea.

Un precedente che potrebbe provocare un effetto domino sia sull'Europa (anche se il voto della Spagna di domenica scorsa ha evidenziato che l'elettorato delle nazioni periferiche è rimasto spaventato dalla) ma soprattutto all'interno della stessa Gran Bretagna.

La ragion di stato

In altre parole la più grande speranza per i fautori dello Stay resterebbe il Parlamento inglese il quale potrebbe adottare la tecnica attendista: essendo il referendum inglese non vincolante, il parlamento potrebbe non ratificare l'intenzione di lasciare l'Ue e quindi il parlamento europeo, di sua volontà, si troverebbe le mani legate.

Prova ne sia il fatto che è stato Juncker a chiedere a governo inglese di muoversi. E la Perfida Albione potrebbe essere talmente perfida da restare immobile. Ora più che mai. Infatti a favore di una permanenza in Europa il parlamento potrebbe avanzare la causa dell'interesse di stato: gran parte della popolazione, dell'economia, oltre che della sicurezza, andrebbero a perdere, e non poco, con un addio all'Ue.
La Ragion di Stato, dunque, potrebbe essere un'ottima scusa.
Scusa che verrebbe comoda anche qualora l'eventuale successore di Cameron fosse Boris Johnson il quale, fauore della Brexit dalla prima ora, in nome della stabilità politica del governo potrebbe addolcire le sue posizioni per accaparrarsi anche una parte di quel 48% di votanti favorevoli all'Unione Europea e che rappresentano una bella fetta dell'elettorato.



Fonte: News Trend Online

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