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lunedì 27 giugno 2016

Da Roger a Soros: la view dei grandi sul cosa fare ora


Un’occasione in più per dimostrare la propria autorità o per meglio dire, confermare di averne una. La Brexit potrebbe ssere il nuovo trampolino di lancio per le autorità monetarie che, ultimamente, avevano dovuto combattere contro un’insidiosa perdita di fiducia da apre dei mercati ed egli investitori, complice anche l’inefficacia delle misure di stimolo adottate e la difficoltà con cui i risultati faticavano (e faticano) ad arrivare. 

Il paradosso

La cosa certa è l’incertezza, un paradosso sempre più diffuso nelle previsioni degli esperti ma che questa volta coinvolge un’asse portante dell’Unione e che adesso verrà meno.

O per meglio dire non proprio adesso visto che l’orizzonte temporale si sta sviluppando intorno ai due anni, ovvero il tempo minimo per riuscire a riorganizzare le fila di un divorzio non consensuale.
Ampio e variegato è il fronte delle opinioni, sempre più divergenti, che vanno dal catastrofismo di Soros al pragmatismo di Jim Rogers passando per la calma zen di Warren Buffett.

Partiamo proprio da Buffett

la storia recente insegna che ogni crisi sui mercati finanziari dev’essere interpretata con nervi saldi, il che è stato dimostrato proprio dall’ultraottuagenario investitore il quale nel bagno di sangue del 2008 al momento del crac Lehman, mentre tutti si disperavano, approfittava per comprare a man bassa e a prezzi da saldo, tutto ciò che, nell’isteria generale, era stato venduto e che non meritava di esserlo.

Il tempo gli ha dato ragione e anche in quest’occasione è facile che lui stesso abbia agito secondo una delle se più grandi massime: siate avidi quando gli altri hanno paura e timorosi quando gli altri sono avidi. Non solo, ma come detto il mercato avrà bisogno di 2 anni per vedere i primi, tangibili risultati di una serie di mosse che entrambi i fronti dovranno necessariamente prendere (Inghilterra e Unione) il che riporta sempre alla logica buffettiana secondo cui è bene comprare in vista di una immaginaria chiusura dei mercati.

In altre parole: puntare sul valore. Quello non conosce crisi.

La view di Soros

C’è poi una view ben più catastrofica, quella di Goerge Soros, colui che nel 1992 speculò sulla sterlina e sulla lira provocandone il crollo e che oggi guarda alla Brexit come la prima pedina di un crollo dell’intera Unione.
Secondo il miliardario siamo di fronte a un processo irreversibile innescato da un mix pericoloso fatto di migrazione incontrollata, paura per la minaccia terroristica che si è insediata nel fenomeno migratorio stesso, unito alla disperazione dettata dai retaggi della crisi che hanno creato tensioni sociali altissime e ancora insolute.

Il tutto sullo sfondo di un populismo favorito dalla mancanza di riferimenti sia tra le istituzioni politiche come anche di diffidenza verso quelle finanziarie. Troppo rispetto a quelle rassicurazioni date dalle banche centrali e di fronte alle quali i mercati non hanno esitato a crollare con perdite a due cifre soprattutto tra i periferici.
A risentirne più di tutti è stata la sterlina che ha raggiunto i minimi da oltre 30 anni sul dollaro arrivando da 1,48 a 1,34. Una serie di postille al voto, come le dimissioni del primo ministro David Cameron e il fattore Scozia, a sua volta intenzionata a premere l’acceleratore dell’indipendenza per tornare in Europa, non facilitano certo le cose. 

Il pragmatismo di Rogers


Alla visione catastrofica di Soros si affianca quella più pragmatica di Jim Rogers, il quale, lasciando da parte le incertezze, punta al dollaro invece che all’oro come protezione per la tempesta dal momento che il metallo giallo ha registrato un rally secondo lui troppo forte per durare ancora: meglio guardare al dollaro come investimento per il futuro.

Una scelta che lo vede in netta contrapposizione con il resto della comunità finanziaria che guarda al metallo giallo, attualmente a 1326 dollari l’oncia,  come ad un asset in grado di aumentare anche del 7% nei prossimi mesi oltre quel 25% registrato da inizio anno e arrivando per la fine del 2016 a 1.424 dollari l’oncia complice anche le paure e i crolli registrati dalle borse internazionali a inizio anno.
A confermare il consensus ottimista degli analisti sul bene rifugio per eccellenza è anche Goldman Sachs che ha rivisto il suo outlook sull’oro per il 2016 che sui 12 mesi ha alzato l’asticella a 1.250 dollari l’oncia dai precedenti 1.150 dollari. 
Fonte: News Trend Online

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