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lunedì 27 giugno 2016

Come cambiano (e perché) gli stress test del 2016


Nuovo round di stress test per le banche europee. Con alcuni cambiamenti metodologici, che miglioreranno l’affidabilità dei risultati. Bene anche la decisione di abbandonare la logica del “bollino”. Resta da chiarire il meccanismo che collegherà i risultati e le successive azioni di vigilanza.

Perché gli stress test?

Tra poche settimane verranno resi noti i risultati del nuovo round di stress test delle grandi banche europee.
L’edizione 2016 prevede scelte metodologiche in parte differenti dal passato. È un bene o un male? Per cominciare, perché si fanno gli stress test bancari? Perché le banche, rispetto alle altre imprese, soffrono di una maggiore opacità, nel senso che i loro attivi (si pensi ai prestiti) sono più difficili da valutare dall’esterno.

L’opacità aumenta nelle fasi di crisi, e qui intervengono gli stress test. Verificando la vulnerabilità delle singole istituzioni a uno o più scenari futuri e rendendo noti i risultati, si punta a ridurre l’incertezza degli investitori, stabilizzare i prezzi azionari ed evitare il panico.
L’opacità si riduce e con essa, si spera, il premio al rischio richiesto dai mercati.
Nella Unione europea, l’Eba (Autorità bancaria europea) è responsabile del disegno complessivo degli stress test (inclusa ad esempio la selezione delle banche partecipanti).

Provvede anche a definire la metodologia di simulazione e a garantire, insieme alle autorità locali (inclusa la Bce per le grandi banche dell’Eurozona) che sia applicata in modo coerente sulla base di dati di buona qualità. Infine, si occupa della diffusione dei risultati, migliaia di numeri per ogni singola banca (contro le poche decine pubblicate ad esempio negli Stati Uniti).

Quali novità nel 2016?

Le principali novità di quest’anno sono le seguenti:
  1. vengono richieste informazioni specifiche sul “conduct risk”, ovvero il rischio che comportamenti dolosi o negligenti conducano la banca a fornire servizi in modo improprio, con conseguenti costi legali e reputazionali;
  2. si presta maggiore attenzione ai rischi di cambio “indiretti”, che derivano da posizioni in valuta estera assunte non già dalla banca bensì dai suoi debitori.

    Se la valuta locale si svaluta, i debitori faticheranno a pagare il dovuto (e lo Stato potrebbe intervenire con decisioni “politiche” che addossano consistenti perdite alle banche);
  3. cambia (e si riduce) il campione di banche utilizzato per il test, che comunque coprirà circa il 70 per cento degli attivi bancari totali nell’Unione europea;
  4. non è più previsto un “bollino” finale per dividere le banche in “sane” e “pericolanti”, ma i risultati verranno utilizzati dalla vigilanza nella seconda parte dell’anno quando valuterà le singole banche.

È un bene o un male?

I primi due aspetti riguardano aree che erano già incluse, almeno in teoria, negli esercizi precedenti.

Prevedendo metodologie ad hoc, l’edizione 2016 migliorerà probabilmente l’affidabilità dei risultati su due temi sensibili per l’industria bancaria europea. I progressi, tuttavia, difficilmente potranno scalfire le tradizionali debolezze degli stress test (che sono poi le debolezze dell’assetto di vigilanza europeo): la mancanza di una cultura di vigilanza unitaria, differenze tra sistemi legali e fiscali nazionali, ambiguità circa la reale volontà politica di salvare le istituzioni più deboli e incertezza su quali sacrifici verranno eventualmente richiesti ad azionisti, obbligazionisti e clienti.
La riduzione del campione è uno sviluppo positivo, perché alleggerisce il carico di lavoro delle autorità impegnate nel compito di “sfidare” le ipotesi messe in campo dalle banche e i relativi risultati.

Tuttavia, va detto che lo stress test dell’Eba verrà affiancato da altri esercizi promossi da singole autorità locali (Bce inclusa), talvolta sulla base di scenari e metodologie diverse (ma senza che i relativi risultati vengano diffusi); vi è dunque il rischio che l’intero esercizio aumenti l’opacità anziché ridurla.
Bisogna allora garantire che vi siano flussi informativi adeguati anche per le banche escluse dal campione Eba, per esempio prevedendo che l’Autorità bancaria europea diffonda i loro dati storici più recenti, usati come base per il test. Il parlamento europeo inoltre potrebbe valutare regole per rafforzare l’uniformità delle metodologie e delle regole di trasparenza per tutti gli stress test futuri, sia nazionali che pan-europei.

La posta in gioco

Altrettanto benvenuta è la decisione di abbandonare la logica del “bollino”, che poteva condurre a un calo di attenzione nei confronti delle banche “sane” o a una spirale di sfiducia per quelle “deboli”.

È giusto infatti che chi desidera utilizzare i risultati dello stress test vada oltre le etichette e si sporchi le mani con i meccanismi tecnici su cui l’esercizio è basato, incluse le ipotesi semplificatrici (necessarie, ma talvolta irrealistiche) usate nella simulazione. Va tuttavia rapidamente chiarito il meccanismo che collegherà i risultati del test e le successive azioni di vigilanza, inclusa la fissazione di un livello minimo di patrimonio “personalizzato” per le singole banche.

La normativa in materia è abbastanza generica e vi è il rischio che le regole vengano applicate rigidamente per certe banche (o paesi) e interpretate più elasticamente per altre. Sarebbe un danno per la credibilità della giovane vigilanza bancaria europea e delle autorità che collaborano con l’Eba per attuare ovunque regole trasparenti e uniformi.
Di Andrea Resti
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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