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giovedì 30 giugno 2016

Brexit: ecco come avrei votato io


Fossi un cittadino britannico, avrei votato per l’uscita, per una ragione molto semplice: il progetto di integrazione UE è fallimentare, e anche se il Regno Unito – grazie al fatto di essere fuori da Maastricht, da Schengen e dal Fiscal Compact – subisce le conseguenze di questo fallimento in misura molto inferiore rispetto (per esempio…) all’Italia, non vedo l’utilità di rimanere associati a una costruzione in pieno sfaldamento.
Detto questo, posso capire che sulla base di valutazioni strettamente opportunistiche e di breve termine la scelta del Remain fosse difendibile.

Ridefinire un sistema di accordi commerciali, di circolazione delle persone e di cooperazione economica è complesso e richiede tempo. Sono convinto che verrà fatto senza particolari effetti distorsivi né inefficienze (rispetto alla situazione odierna, quanto meno). Però si poteva sicuramente valutare – e molti Remainers senz’altro avranno ragionato così – che in termini di stretta convenienza, per il Regno Unito le ricadute negative di essere nella UE (ma non in Maastricht, non in Schengen, non nel Fiscal Compact) non giustificassero le complicazioni del passaggio Brexit.
Tuttavia, pur rispettando queste argomentazioni, avrei votato Leave perché dover affrontare alcune complicazioni non giustifica - come alternativa - accettare di ridurre spazi di democrazia – e la UE è un’istituzione la cui antidemocraticità si definisce sempre più chiaramente.
Dal punto di vista di chi nella UE ci rimane, e in particolare dell’Italia e degli altri Stati membri dell’Eurozona, sarebbe auspicabile che il Brexit fosse un punto di svolta per correggere le paurose disfunzioni dell’Eurozona: patti di stabilità, Fiscal Compact, regolamentazione bancaria eccetera.

Francamente non me lo aspetto. L’incapacità di Bruxelles, di Berlino e di Francoforte  di comprendere e correggere l’impostazione del sistema è stata fin qui totale, e segnali di ripensamento non ne vedo.
Gli scenari di possibile soluzione del problema mi sembrano essere i due seguenti.
Azioni unilaterali di singoli Stati, che correggano l’inefficienza del sistema senza sfasciarne l’architettura: e in merito al tema euro, il progetto CCF è in grado di ottenere questi risultati.
Oppure, la UE che perde altri tasselli – Francia, Olanda, Italia, Austria, paesi dell’Est ? – avviando, nei fatti, un processo di scioglimento.

Al termine del quale una cosa che si chiama UE potrebbe anche continuare a esistere, ma limitata a un sistema di accordi commerciali e di cooperazione economica. La vecchia CEE, per intenderci.
Autore: Marco Cattaneo Fonte: News Trend Online

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