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martedì 10 maggio 2016

The Indipendent: presto una nuova crisi. Ecco i segni


Quella che è stata da più parti definita come la più grande crisi economica della storia, cioè la crisi che stiamo vivendo, ha avuto la conseguenza maggiore nella trasformazione delle regole sociali e, spesso, anche politiche.

La degenerazione politica

A differenza di quanto accaduto in passato, infatti, è stata proprio la politica la prima, vera vittima sul lungo periodo, quella che, in futuro, non sarà più la stessa.

Il perdurare delle difficoltà economiche, infatti, vede una delle radici più grandi nella perdita di fiducia della popolazione verso i poteri forti ma anche una mancanza da parte di questi di riacquistare il proprio ruolo. Troppi gli interessi che i governi hanno con le istituzioni finanziarie e le multinazionali e troppo ampio ormai il distacco verso la base elettorale e le sue esigenze.
Da qui la nascita di nuove realtà politiche che si dissociano dal classico “partito” preferendo associarsi in quello che è da tutti un fattore maggiormente gradito alle folle, e cioè il “Movimento” qualcosa che, nato intorno ad un ideale comune, parte dalla base e si preclude una gerarchizzazione troppo ampia, mastodontica e complessa, la stessa che, per essere supportata, ha bisogno di capitali ed è quindi più esposta a cadere vittima degli interessi della finanza.

 

Le tensioni sociali

Da un punto di vista strettamente sociale, intanto, la classe media è diventata, soprattutto nelle economie occidentali, una sorta di razza in via d’estinzione, il che provoca una pressione sempre più forte sulle fasce deboli ma anche su quelle più alte, esposte ad attriti e a rivendicazioni di ogni sorta i quali, a loro volta, trovano terreno fertile negli estremismi e nelle crescenti ondate di populismo.
Tutti elementi il cui rafforzamento è aumentato con l’emergenza dei migranti e la mancanza di una risposta e di una strategia compatta da parte dell’Europa. Non desta meraviglia, perciò che le numerose elezioni politiche che hanno contraddistinto l’ultimo biennio sono state caratterizzate da astensionismo, mancanza di idee e progetti e scarsa partecipazione già dalla campagna elettorale.
Il problema, allargando la visuale all’intero Vecchio Continente, è che il ruolo di interlocutore sui mercati, è stato preso dalla Bce (per l’Europa) e dalle altre banche centrali. Il che, col tempo, non ha fatto altro che peggiorare la situazione visto che le banche centrali si occupano di finanza e non di economia reale, quella che invece riguarda da vicino le esigenze dell’elettorato.  Il risultato più immediato è quello che vede all’incertezza politica attuale anche un’instabilità futura dal momento che le urne non decretano più un vincitore che possa contare su una maggioranza solida la quale a sua volta possa permettersi il lusso di mettere mano a riforme necessarie ma che restano estremamente sgradite all’elettorato. 

Gli 8 segni della crisi 


Ma questo non è il solo lato pericoloso che si sta delineando all’orizzonte.

Stando a un editoriale dell’Indipendent, per Satyajit Das ce ne sarebbero 8. Il primo partirebbe proprio dall’azione delle banche centrali: la facilità di contrarre debiti ha portato le società ad alzare e di molto, la leva e la pessima contingenza che ha visto l’esposizione delle banche con la crisi del petrolio non potrà che aggravare la situazione.
Per la precisione sia quella delle società stesse, con aumenti di default, sia quella già di per sè delicata delle banche.

Sono proprio loro a rappresentare il secondo punto della lista: crediti deteriorati in Europa ma anche debolezze sistemiche sia in Cina che in India. C’è poi da affrontare il terzo punto, quello riguardante i mercati azionari: finora sostenuti non dal valore in sè ma da operazioni di M&A e di buyback, nel caso di crisi si sgretolerebbero come castelli di carte.
Guardano al mercato delle valute le cose non cambiano: la Federal Reserve, visti i tanti punti interrogativi presenti sull’economia a stelle e strisce ha fatto intendere che non ha fretta di alzare il livello dei tassi di interesse e, quindi, aumentano le previsioni di un dollaro accomodante ancora a lungo.

A tutto discapito di Yen ed Euro con il Vecchio Continente e il Paese del Sol Levante a rischio perché entrambe zone particolarmente esposte sull’export.
Ma a sua volta l’export è debole perchè debole è tutta l’economia mondiale a causa del già citato settore energetico e dei mercati emergenti anch’essi traballanti da tempo a causa della crisi delle materie prime e delle valute stesse.
In tutto questo, le macro aree dell’Eurozona, del Giappone, e degli States sono sotto stress a causa delle varie crisi del debito e della sostenibilità, sul lungo periodo, delle loro economie, ancora sotto l’azione delle strategie di stimolo delle barie, Bce, BoJ e Fed, ma ben lontane dall’essere guarite definitivamente.

Ecco allora l’ultimo punto, e cioè i dubbi sul fronte della reale efficacia di QE ed Abenomic, unici pilasti i quali, venendo meno, porterebbero il crollo su tutti i fronti. 
Fonte: News Trend Online

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