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lunedì 30 maggio 2016

Porte girevoli a Unicredit

Il Cda di Unicredit (EUREX: DE000A163206.EX - notizie) si appresta a licenziare l’amministratore delegato, imputandogli alcune decisioni non condivise. Ma in un classico caso di porte girevoli all’italiana, sembra poi volergli affidare la presidenza della banca. Conseguenze di un sistema pietrificato, nonostante le riforme.
Cambi al vertice, ma con paracadute
L’Italia – non da oggi – è il paese delle porte girevoli. Lo è soprattutto nel settore pubblico. Nella amministrazione e nelle imprese pubbliche, le sostituzioni di dirigenti responsabili di cattiva gestione si sono quasi sempre risolte in morbidi atterraggi degli stessi in altre società pubbliche. Atterraggi spesso accompagnati da generose buonuscite a dispetto delle voragini di debiti lasciate alle spalle. Ma le porte girevoli funzionano anche nel privato. Un esempio è il modo in cui hanno appena cominciato a svolgersi le procedure per il rimpiazzo dell’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni. In una recente riunione, il consiglio di amministrazione della banca ha deciso che “erano maturate le condizioni per un cambiamento dei vertici del gruppo”.
Ma “cambiare i vertici del gruppo” è un’espressione ambigua perché può riferirsi al solo capo operativo (l’amministratore delegato) oppure anche al presidente. Per ora, il consiglio parrebbe aver determinato solo che, dopo sei anni di conduzione, Ghizzoni non sarà più amministratore delegato dell’unica grande banca a vocazione multinazionale dell’Italia. Poi però entrano in funzione le porte girevoli. La prima riguarda lo stesso Ghizzoni per il quale, secondo voci riprese anche dal Financial Times, si parla di una possibile nomina a presidente della banca. Cioè il consiglio di amministrazione metterebbe alla porta il manager piacentino avendogli imputato, a torto o a ragione, decisioni gestionali errate come quella – non condivisa con il consiglio – di aver fatto da garante all’aumento di capitale della Popolare di Vicenza (poi realizzato solo grazie al fondo Atlante). Ma subito dopo lo riprenderebbe a bordo, addirittura a presiedere un consiglio rimasto deluso delle decisioni del manager Ghizzoni. Un arzigogolo già difficile da capire per gli italiani, figuriamoci per gli investitori esteri che, non a caso, con le loro vendite, hanno fatto scendere il valore di borsa di Unicredit del 40 per cento dall’inizio dell’anno (nello stesso periodo di tempo, Intesa San Paolo ha perso “solo” il 25 per cento del suo valore).
Sistema bancario come una foresta pietrificata
A Unicredit di porta girevole ce n’è forse anche un’altra. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) caso di avvicendamento del presidente della società, si parla infatti anche della candidatura di Lucrezia Reichlin. Economista alla London Business School (Lbs), ha un ineccepibile curriculum accademico e anche grande esperienza istituzionale, essendo stata, tra l’altro, la capo economista della Banca centrale europea. Insomma, è una candidata eccellente. Con un possibile “ma”.
L’economista di Lbs siede già nel consiglio di Unicredit come consigliere indipendente, in rappresentanza degli investitori istituzionali. Nel caso diventasse presidente, Reichlin si troverebbe a occupare una poltrona tipicamente riservata ai soci di controllo stabili e Unicredit sarebbe presieduta dall’unico amministratore eletto dai fondi, indipendente e non esecutivo. In punta di diritto, cosa c’è di meglio di un presidente espressione degli investitori istituzionali e dei soci dispersi se si desidera tutelarne gli interessi? In pratica, tuttavia, la situazione sarebbe piuttosto singolare. Del resto, non ci si può troppo stupire: la presenza di porte girevoli non è certo una novità, né è specifica di Unicredit. Le porte girevoli sono solo la conseguenza della foresta sempre pietrificata del sistema bancario italiano nel quale, nonostante i cambiamenti regolamentari e le riforme in corso, le decisioni dei manager troppo spesso non rispecchiano l’interesse delle società da loro gestite. E ciò avviene perché i consigli di amministrazione – bloccati da veti, partecipazioni incrociate e conflitti di interesse – non hanno un vero interesse a controllarne l’operato.
Di Francesco Daveri
Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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