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giovedì 26 maggio 2016

Petrolio sopra i 50 dollari: ma in molti non si fidano ancora


Nei giorni scorsi le meta era stata solo lambita, tra molti dubbi circa la possibile prosecuzione del rally. Invece oggi la soglia è stata oltrepassata arrivando ai livelli massimi degli ultimi sei mesi, complice la contrazione dello shale statunitense.

I motivi che spingono il rally

L’ultima molla, l’ultima in ordine di tempo, è stato il report dell’Eia (Energy Information Administration degli Stati Uniti) sulle scorte di greggio diminuite di 4,2 milioni di barili la scorsa settimana contro attese degli analisti che parlavano di 2,5 milioni di barili.
In realtà, come per il crollo verificatosi in maniera continuata per circa un anno e mezzo, crollo che ha fatto scendere le quotazioni del barile da oltre 100 dollari a quasi 25 al barile, è alla base anche dell’attuale rialzo.

Infatti il deficit deriva non solo dal taglio delle società a stelle e strisce sul segmento upstream, settore particolarmente dispendioso e dall’esito non sempre certo, ma anche dai numerosi fallimenti di chi, nel pieno della corsa allo shale si tuffò nell’affare, scontando con il crollo delle quotazioni; a queste motivazioni si aggiunga anche la carenza di materia prima dai rifornimenti africani e canadesi.
Nel secondo caso il problema sono gli incendi che hanno minato al produzione della provincia di Alberta nella nazione nordamericana, nel primo caso, invece, si tratta di un rinfocolarsi delle operazioni di sabotaggio da parte delle milizie nigeriane presenti nei territori occupati dalle società internazionali di estrazione e raffinazione.

Ultimo fattore da valutare anche l’incertezza derivante da un altro fronte: i fornitori dell’America Latina, Venezuela e Brasile in particolare, stanno vivendo la minaccia sempre più concreta e costante di una crisi sociale ed economica che si sta traducendo in una serie di scioperi, sommosse e proteste.
Da qui il blocco a singhiozzo della produzione e dell’export.  

I timori dal Medio Oriente

Un mix che ha permesso al Brent di arrivare a quota 50,04 dollari il al barile e al Wti americano di avvicinarsi con un prezzo di 49,89.

Fin quando correranno le quotazioni? Difficile dirlo: se da una parte ci sono diversi fattori che fanno intuire una contrazione dell’offerta e quindi un potenziale riequilibrarsi con la domanda, dall’altro si deve prendere atto di un altro panorama, quello mediorientale. I timori nascono dalle dichiarazioni del  presidente della commissione per il Petrolio e il gas di Bassora, Ali Shaddad al Fares secondo cui l’Iraq sarebbe in grado di arrivare a una produzione di circa 10 milioni di barili al giorno mentre da Teheran, Ali Tayebnia, ministro dell’Economia della repubblica islamica ha confermato ciò che già da tempo si sapeva e cioè che la nazione ha intenzione di tornare ai livelli di produzione precedenti all’imposizione delle sanzioni internazionale e cioè 2,5 milioni di barili al giorno.
Fonte: News Trend Online

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