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lunedì 16 maggio 2016

Petrolio sfiora quota 50 dollari: cosa c'è all'orizzonte?


Il greggio torna a far parlare di sè con un rally che ha registrato +80% nel giro di 90 giorni, dai minimi toccati a febbraio quando sfiorò i 26 dollari al barile. 

Cosa c’è sullo sfondo?

Dopo una tempesta lunga praticamente due anni sono in molti a chiedersi se l’andamento di questi ultimi tre mesi sia una segno inequivocabile di una ripresa, oppure un’occasione momentanea da prendere al volo per buone speculazioni in vista ma a tempo determinato.

Più di una volta il petrolio ha messo a segno rialzi dettati più che altro da speranze su accordi in merito al taglio della produzione da parte di paesi Opec/Non Opec, speranze presto disilluse dai fatti.  Questa volta, però, sullo sfondo ci sarebbe più di un elemento a favore di un rafforzamento delle valutazioni.
Su tutti il giudizio bullish di Goldman Sachs il quale prevede un cambio di rotta a breve del mercato: dal surplus dell’iperproduzione al deficit di una contrazione derivante da orizzonti come quello della Nigeria, del Canada, del Venezuela e della Cina. Nel primo caso si tratterebbe di un inasprimento degli attacchi terroristici agli impianti di estrazione e lavorazione del greggio.

Nel secondo, invece, il problema nasce dal drammatico incendio che da giorni continua a minacciare i giacimenti nella provincia di Alberta, minaccia che potrebbe continuare ancora per mesi. Per quanto riguarda poi il Venezuela, da tempo, ormai, il Paese si dibatte in una crisi sociale ed economica senza precedenti, crisi che ha portato al calo della produzione di un greggio che, per la sua conformazione fisica, è troppo denso e, quaindi, necessita di numerose operazioni di raffinazione, tutti passaggi che rendono il costo al barile troppo alto per essere redditizio.

Quando Goldman parlava di 20 dollari al barile 

In realtà quello di Goldman Sachs sembra essere un vero e proprio cambio di rotta a dir poco repentino visto che la stessa banca statunitense aveva parlato di un greggio a 20 dollari: era il settembre 2015 e il report includeva il taglio delle stime sui prezzi per il 2016, stime che, a quanto pare, dovranno essere riviste di nuovo.

Ma al rialzo. Intanto il petrolio scambia attorno a 47 al barile con il Brent che ha superato i 48,55. Un trend che continua da oltre 10 settimane per il Wti e da oltre 5 per il Brent.

Ma la domanda resta aperta: continuerà?

A guardare le posizioni degli operatori, esposti verso una strategia short, si potrebbe dedurre che la fiducia posta su questo rialzo è inversamente proporzionale al rialzo stesso: in altre parole più sale il prezzo più ci si prepara a vendere da un momento all’altro.

L’esperienza, anche recente, insegna. In particolare quella derivante dai dati riguardanti le scorte statunitensi: numeri oscillanti ma che, per quanto al ribasso, segnano comunque livelli record ogni volta e 3 miliardi di barili non sono una cifra da sottovalutare.
Così come non è da sottovalutare nemmeno la strategia dell’Opec la quale, di fronte alle defezioni sopra citate, ha incrementato al sua produzione a 32,5 milioni di barili, per riuscire a mantenere salde le quote di mercato proprie e, volendo, occupare le nicchie abbandonate da chi sta avendo i primi, seri problemi sul fronte della redditività.

Secondo l’Opec nel 2016 si dovrà considerare una perdita di 740 mila barili sul fronte delle nazioni estranee all’organizzazione, il che porterà la produzione dei paesi Non Opec a 56,4 milioni di barili. Di contro la domanda di greggio a livello mondiale potrà registrare un aumento di poco più di 1,2 milioni di barili arrivando a superare, di poco, quota 94 milioni.

Sfida Iran-Arabia

Quella che si profila all’orizzonte non è altro che una sfida tra i due unici giganti rimasti sul mercato mediorientale: l’Arabia Saudita e l’Iran, quest’ultima intenzionata, ormai da tempo, a voler recuperare il tempo perduto con le sanzioni internazionali, sanzioni cancellate da poco meno di 4 mesi.

Ma per Teheran l’impegno è duplice: contro di lei rema una tecnologia ancora obsoleta e che rende l’estrazione di greggio onerosa. Per migliorare la situazione si potrebbe trovare una strada vincente con l’aumento degli investimenti internazionali, intenzione che i vertici della repubblica islamica hanno già manifestato con un cambiamento molto importante, quello delle modalità di collaborazione con le società straniere sul territorio iraniano le quali potranno avere migliori condizioni contrattuali e vantaggi economici più allettanti.

 
Fonte: News Trend Online

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