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giovedì 5 maggio 2016

Le materie prime si scaldano sul calo del dollaro


Il Bloomberg Commodity Index ha sfiorato +18% dopo aver toccato a gennaio il minimo degli ultimi 17 anni, attraendo nuovamente gli investitori su un settore rimasto sfavorito per buona parte degli ultimi cinque anni. L’eccesso di offerta di materie prime fondamentali ha cominciato a ridursi, forzando una riduzione della produzione e stimolando la domanda. Al dissolversi delle attese di nuovi rialzi dei tassi americani, in uno scenario di crescita più debole, svendite di USD e rendimenti obbligazionari negativi, gli investitori sono tornati a puntare sul settore dei metalli preziosi, vincitore indiscusso del 2016.
Mentre l’oro è stato protagonista nel primo trimestre, ad aprile l’argento ha attratto buona parte della domanda. La domanda di argento aveva cominciato a salire già da marzo, ma solo nel mese scorso il prezzo ha finalmente rotto il suo legame con l’oro, superandolo. L’argento è, infatti, salito del 16%, mentre il rapporto oro/argento è sceso da 80 a quota 72. Per il momento rimane protagonista, ma una volta raggiunto il supporto di 70, dovremmo tornare a favorire il metallo giallo: difficilmente l’argento potrebbe continuare a salire senza essere accompagnato da un suo movimento, rendendolo un’ottima polizza assicurativa in caso il primo rallenti la sua corsa.
Il rialzo delle materie prime degli ultimi due mesi ha beneficiato del supporto dei fondamentali, ma abbiamo assistito anche ad una discreta dose di anomalie nei dati. Durante lo scorso mese, un esercito di investitori privati cinesi ha cominciato a puntare su materie prime altamente volatili, in cerca di opportunità d’investimento per la liquidità in eccesso, o, semplicemente, in risposta ad un’ondata di propensione al rischio.
Dal ferro all’acciaio, dal carbone al cotone, sono queste le commodities più scambiate al mondo: durante il mese di aprile, i volumi di acciaio hanno superato quelli di WTI e Brent. Preoccupati del ripetersi di una bolla simile a quella azionaria dello scorso anno, i regolatori cinesi sono intervenuti con un freno agli scambi. L’acciaio, che fino a quel momento era salito del 27%, ha perso il 7% per tornare a impennare venerdì.
Il picco di domanda ha aumentato il rischio che i prezzi possano muoversi troppo oltre i livelli concretamente sostenibili.
Alcuni esempi delle recenti anomalie dei mercati:
  • - i volumi dei future sul ferro scambiati sulla borsa di Dalian hanno superato l’ammontare delle importazioni annuali cinesi per diversi giorni;
  • - in una giornata, sono stati scambiati più contratti sull’acciaio a Shanghai che azioni in tutta la Cina;
  • - sono stati scambiati in una giornata volumi di cotone sufficienti a produrre 9 miliardi di paia di jeans;
  • - la durata media di uno scambio su Dalian ha raggiunto le 4 ore, contro le 40 per il WTI.
Eppure, un forte incremento delle posizioni speculative non è un fenomeno soltanto cinese che ha toccato, tra gli altri, anche greggio, oro e argento. Riteniamo che i metalli preziosi mantengano il supporto dei fondamentali. Tuttavia, il record di posizioni lunghe che si sta consolidando sui future petroliferi, specialmente sul Brent, costituirà un rischio sempre più consistente in caso di prospettive meno positive.
L’ultima settimana ha dato ulteriore impulso ai metalli preziosi. L’inerzia del Federal Open Market Committee e della Bank of Japan ha contribuito a indebolire il dollaro e i rendimenti obbligazionari. La posizione da colomba del FOMC è stata poi seguita da una lettura trimestrale del PIL più debole del previsto, dando a oro e argento lo slancio sufficiente per tornare sui recenti massimi. Il platino ha trovato supporto a 1.000$/oz prima di accelerare verso i 1.065$/oz, il livello più alto dallo scorso luglio.
Proprio come l’argento, ha sovraperformato l’oro, con uno sconto che è passato dal 26% al 17%, tuttavia ancora ben lontano dalla media di cinque anni, inferiore al 2%. Il greggio ha toccato nuovi massimi spinto da una forte domanda da parte degli investitori, combinata ad un dollaro più debole e alle inferiori aspettative di produzione. Il WTI ha rotto i 45$/b, mentre il Brent si è avvicinato notevolmente ai 50$/b.
Riteniamo che sia troppo e troppo presto: l’impennata è dovuta sempre di più a posizioni speculative, con un supporto sempre più esiguo dei fondamentali. Avvicinandoci ai 50$/b, un ritorno di produttori ad alto costo e un eccesso di scorte globali superiore ad un miliardo di barili, potrebbero ritardare il lento ritorno verso l’equilibrio. In seguito al nuovo declino settimanale delle scorte americane, i prezzi del petrolio hanno comunque confermato lo slancio attuale chiudendo la giornata al rialzo, nonostante il calo iniziale.
A chi sta cercando segnali ribassisti per prendere posizione in opzioni, consigliamo di non combattere il trend. Il greggio si è certamente risollevato, ma vedremo crescere le preoccupazioni che un rally troppo prolungato possa risultare autodistruttivo, specialmente a causa della sua componente eccessivamente speculativa.
La combinazione delle posizioni lunghe su Brent e WTI ha ormai raggiunto i 655 milioni di barili. Il picco precedente di 626 milioni di barili risale al giugno 2014, poco prima dell’inizio del calo.


A cura di  Ole Hansen, Head of Commodity Strategy Saxo Bank

Fonte: www.finanzaoperativa.com

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