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martedì 3 maggio 2016

Le banche penalizzano Piazza Affari


Giornata interlocutoria sui mercati, a causa delle numerose festività (Cina, Hong Kong, Taiwan, UK) che pesano sui volumi di attività,  riducendo la  significatività  della price action.
I pochi mercati aperti in Asia hanno comunque corretto. D’altronde, Tokyo era rimasta alla chiusura di giovedi mattina, prima che la  retorica  indifferente di Kuroda gettasse nel panico il Nikkey e il $/Yen (il cash ha chiuso a -3.6% ma il future a -7%, seguito da un -2% il  giorno dopo).

Su queste basi, il -3.1% di oggi costituisce quasi un rimbalzo.
I mercati cinesi erano chiusi, ma in ogni caso l’area ha fatto i conti con i PMI ufficiali cinesi di Aprile, in marginale calo rispetto a marzo (manifatturiero e servizi rispettivamente in calo da 50.2 a 50.1 vs attese per 50.3 e a 53.5 da 53.8).
Il pensiero che nasce spontaneo è:  dopo un mese, già finita la festa in Cina? Personalmente, pur tutt’altro che esaltato dalla performance, aspetterei a trarre conclusioni dai dati di aprile.

Intanto i marginali cali (0.1 e 0.3) seguono rialzi di oltre un punto in entrambe le survey. Poi, il manifatturiero resta sopra la soglia di espansione per il secondo mese di fila, dopo 7 mesi di contrazione. Vediamo almeno domani come escono i dati raccolti da Markit, prima di tirare le somme.
Con gli inglesi a casa,  la seduta  europea ha tenuto la consueta price action erratica, a volumi ridotti.
Fa eccezione l’Italia, zavorrata dalla delusione per  il decreto sulle banche. La non retroattività delle misure (a  meno di accordi tra le  parti) e l’istituzione di una tassa sui Deferred Tax assets, hanno messo pressione agli istituti nostrani, con ricadute su piazza affari e sul settore bancario europeo, attraverso Intesa Sanpaolo e Unicredito.

A naso, le novità  varate non sembrano giustificare l’ottimismo della prima ora (recupero garanzie da 6/8 anni a 6/8 mesi), sebbene sia difficile fare una stima su 2 piedi.
Sul fronte macro, la revisione dei PMI flash manifatturieri di Aprile ha levato  qualcosa a Francia e Germania, ma Italia (53.9 da prec 53.5 e vs attese per 53)  e Spagna (53.5 da 53 e vs attese per 53.4) mostrano che la  periferia europea continua a macinare.
Nel  pomeriggio, news sul manifatturiero anche in US: l’ISM di aprile ha deluso le attese (50.8 da  prec 51.8 e vs stima  media di 51.4).

Detto  questo, i sottoindici new orders  e production pur correggendo restano su livelli elevati, in particolare rispetto  al  recente passato, mentre a gravare la  survey sono componenti come occupazione e scorte. Spettacolare il  sottoindice dei prezzi pagati, che fa  un balzo di altri 7 punti.
In 2 mesi è passato da 38.5 a 59. Potenza delle commodities, o c’è dell’altro?
In ogni caso, la  mediocrità del dato ha accentuato la debolezza del $, leitmotif delle ultime settimane. A farne le spese, visto che lo yen si era dato parecchio da fare le scorse sedute,  l’€, che ha superato quota 1.15 contro il biglietto verde, e si trova ai massimi da oltre 8 mesi.

Indifferenti, per contro, i tassi US, che salgono moderatamente, eventualmente risentendo della forza di Wall Street, che al momento recupera interamente le perdite di venerdi scorso. La resilience dell’azionario US sottolinea ancora di più la debolezza relativa dell’Eurozone, che invece ha ripreso le briciole del selloff di venerdi.
Se la forza dell’€ è sicuramente tra le cause della sottoperformance, va anche detto che l’azionario continentale aveva preso 6 punti in relativo a Wall Street nella seconda metà di aprile, e un po’ di correzione ci stava.
Oil e commodities si son prese una pausa oggi, ma la cosa non sembra impattare negativamente ne le aspettative di inflazione, ne il sentiment al momento.
Concludo con 2 parole sull’earning season US.

Con 313 aziende su 500 che hanno riportato, i risultati medi si attestano poco distante dagli scorsi trimestri: 77% delle aziende batte le stime di EPS (in media di un 4%) e un più modesto 57% quelle di fatturato (dati di bloomberg). Con oltre il 60% delle trimestrali alle spalle abbiamo un -6% circa di earning growth anno su anno, che escludendo l’energy arriva quasi in pari.
Peccato che la revisione al ribasso delle stime per il primo trimestre abbia causato un calo aggregato di un 9% da inizio anno.
Peraltro, tenendo presente che il $ forte e il crollo dell’oil sono stati tra gli ostacoli più rilevanti per la profittabilità delle aziende US, si può ipotizzare che nei prossimi trimestri si osserverà un miglioramento.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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