-
.....................

PER MANTENERTI SEMPRE IN CONTATTO CON LATOOSCURO-TRADING.COM TWITT

giovedì 12 maggio 2016

Il parlamento Ue contro la Cina: non è economia di mercato


La Cina sempre più lontana dal capitalismo? Per quanto i vertici politici e soprattutto quelli finanziari stiano facendo di tutto per adottare (per quanto in loro potere) misure e strategie per sottolineare la loro forza sui mercati e l’influenza che la loro economia ha nell’andamento delle borse internazionali, il Parlamento europeo non è ancora convinto del fatto che Pechino possa essere considerata economia di mercato.

L'accusa contro Pechino

L’accusa che si muove verso il Celeste Impero è quella di vendere sottocosto e per questo motivo si chiede alla Commissione Europea, in procinto di esprimersi ufficialmente sulla questione, di continuare a mantenere i meccanismi di protezione per salvaguardare l’imprenditorialità del Vecchio Continente e soprattutto la qualità di un lavoro che, a differenza di quello cinese, prevede standard di sicurezza sia per i lavoratori che per i clienti.

La decisione, per quanto solo parziale visto che, come detto, la Commissione deve ancora decidere, arriva in seguito allo scadere della moratoria di 15 anni scattati nel 2001 quando la Cina vide la firma di un Protocollo di Intesa che le permetteva di entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio: alla fine di questi 15 anni si sarebbe poi deciso se concedere o meno lo status di economia di mercato a Pechino. Infatti dopo questo periodo non è ancora riuscita, secondo quanto stabilito dal Parlamento Ue, a rispettare i 5 criteri che segnano l'economia di mercato.

Tra questi, le
 interferenze statali ancora molto profonde nelal gestione delle imprese, assenza o quasi di una revisione della contabilità secondo criteri internazionali. Inoltre Pechino non è ancora in gradi di garantire la certezza del diritto in materia fallimentare e di proprietà. 
Una decisione che non si indirizza solo alla Cina ma che rientra in un più ampio piano di salvaguardia della manifattura e ancora di più dell’industria europea minacciate sempre di più dalla concorrenza dei paesi emergenti. 

La sindrome nipponica 

Ma la Cina preoccupa anche per un altro motivo.

Nello specifico a lanciare l’allarme è Allan Conway, Head of Emerging Market Equities di Schroders. Secondo il suo report  la situazione attuale del Dragone è paragonabile a quella del Giappone degli anni ’70: entrambi nella fase discendente di una fase di espansione estrema e spesso incontrollata, entrambi incamminati verso un rallentamento dell’economia e a rischio deflazione, rallentamento che, n el caso di Tokyo, è durato oltre 30 anni e che ancora adesso rischia di non riuscire ad essere sconfitto nemmeno con l’adozione della più grande operazione di stimolo monetario del pianeta.
Alla base dei problemi della Pechino di oggi, gli stessi della Tokyo di ieri e cioè un eccesso di capacità produttiva su specifici settori industriali con possibile pressione deflazionistica.

Il modo più diretto per sollevare le sorti della situazione sarebbe quello di operare un accomodamento su ampia scala ma questo porterebbe, fanno notare da Schroders, a un indebolimento dello yuan, una conseguenza che, in epoca di guerra valutaria, sarebbe sicuramente difficile da gestire anche a livello internazionale.
Fonte: News Trend Online

Nessun commento:

Posta un commento