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martedì 24 maggio 2016

I Tips si svegliano, i Treasuries indugiano e la confusione regna


Addio bassa inflazione, almeno negli Usa! Gli ultimi segnali vanno decisamente in questa direzione, al punto tale che nei giorni scorsi gli analisti di JPMorgan hanno ipotizzato un’aspettativa di incremento del costo della vita su base annua dall’attuale 1,1% a un 3% per fine 2016. La supposizione sembra forse azzardata, ma è indubbio che da gennaio il trend risulta rialzista, sebbene caratterizzato da alti e bassi (1,4% a gennaio – 1% a febbraio – 0,9% a marzo e 1,1% ad aprile) e con un fattore di spinta rappresentato dall’aumento del prezzo della benzina.

Alcuni (ma non tutti) i titoli di Stato “inflation linked”, conosciuti come Tips, hanno realizzato intanto dei rimbalzi nelle ultime settimane, sebbene quelli medio-lunghi e lunghi prezzino un’inflazione futura all’1,6%, ben sotto quindi le previsioni di vari operatori. Alla JP Morgan si pensa che potrebbe ripetersi quanto avvenuto fra il 2004 e il 2006: allora le congetture di un lento rialzo dei tassi Fed furono improvvisamente smentite, con una svolta tale da far crescere in poco tempo il rendimento dei Treasuries decennali di 60 punti base, proprio mentre Wall Street perdeva fiato (-8%) e il dollaro avanzava su quasi tutte le altre valute. 

I tassi fissi non sembrano proprio preoccuparsi  

Passiamo ora all’altro fronte, quello dei Treasuries a tasso fisso.

La verifica di cosa sta succedendo ai relativi future non conferma timori di rialzi reali dei tassi. Dal 1° febbraio il 10 anni si muove infatti all’interno di un trend laterale dallo stretto intervallo, compreso fra 128,3 e 131,3. Il 5 anni lo imita, collocandosi fra 119,5 e 121,5, con un movimento ondulatorio di una precisione assoluta, mentre il 2 anni ha accentuato solo negli ultimi giorni un ribasso che potrebbe riportarlo sotto quota 108.
Ne consegue che i rendimenti restano tutto sommato stabili: all’1,80-1,85%% il decennale, fra l’1,2 e l’1,4% il quinquennale e fra lo 0,8 e lo 0,9% il biennale. 

Tutt’altra strada quella seguita dai Tips

Il contrasto fra il comportamento dei titoli di Stato “inflation linked”, che prevedono un rialzo dell’inflazione e quindi dei tassi d’interesse, e quello dei tassi fissi, poco inclini a ipotizzare forti movimenti futuri, non deve essere visto come un’anomalia, poiché la prima categoria ha sì accentuato il trend rialzista restando tuttavia all’interno di livelli di guardia.

Lo confermano i relativi Etf, riferiti a una pluralità di scadenze di medio, lungo e lunghissimo termine, che hanno ritrovato smalto, ma non più di tanto. Di fatto i “linkers” Usa incorporavano fino a gennaio bassissime aspettative di inflazione e hanno quindi recuperato sulle prime notizie di rialzo.
Per i prossimi mesi tutto dipenderà dalle news sull’inflazione: è possibile quindi che la performance positiva prosegua, ma non si può escludere un’inversione ribassista se i dati deludessero. 

Ecco come si stanno muovendo i principali “linkers”

E’ il caso di verificare allora il quadro grafico di alcuni dei più significativi Tips. 
Il corto 2018 (cedola 0,125% - quotazione 101,4 USD – Isin US912828UX60) si muove da molto tempo fra 99,5 e 102,5, confermando la scarsa propensione a incamerare aspettative di un consistente rialzo dell’inflazione prima della sua scadenza (15/4/2018).
Comportamento decisamente diverso da parte del medio-lungo 2024 (cedola 0,625% - quotazione 102,5 – Isin US912828B253), rimbalzato da metà dicembre in poi, con un trend abbastanza regolare, che ha però trovato sui 104,5 una resistenza.

I quasi quattro punti incassati dall’inverno in poi confermano in realtà che la situazione di fine 2015 era anomala e che un movimento rialzista doveva inevitabilmente realizzarsi. Un vero segnale di forza verrebbe solo dal superamento dei 106 USD.
Irregolare il comportamento del lungo 2029, che ha sì mosso al rialzo, ma con maggiore incertezza rispetto al 2024.
Il titolo (cedola 3,875% - quotazione 141,8 – Isin  US912810FH69) ha pur guadagnato 5 punti da inizio anno, con un trend però non sempre convincente. In questo caso un segnale di forza si avvertirebbe al superamento di quota 148. 
E infine un extra lungo, il 2046 (cedola 1% - quotazione 103,2 - Isin US912810RR14), che dall’esordio sul mercato a fine febbraio ha fatto qualche passo avanti, con una volatilità maggiore rispetto ai colleghi dalla minore vita residua.
Di tutti il 2024 appare come il più adeguato a chi voglia cavalcare movimenti al rialzo dell’inflazione, grazie anche a un importo globale enorme (oltre 40 miliardi di $).

E’ quindi lui, nella fase attuale, il campione dei “linkers”, ma attenzione alle facili previsioni: l’inflazione deluderà o confermerà il trend di crescita nei prossimi mesi? Alle quotazioni attuali non si sconta un movimento così violento come alcuni analisti sostengono.
Tuttavia è indubbio che la fase quasi deflattiva è ormai alle spalle negli Usa: beati loro.  
Fonte: News Trend Online

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