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giovedì 12 maggio 2016

Cina e banche mettono un freno al sentiment


La  robusta chiusura di Wall Street ieri sera (S&P 500 +1.25% massimo rialzo da 2 mesi) non ha giovato all’Asia stanotte.
Se la pigrizia di Tokyo si spiega con il rimbalzo dello yen (dopo un -2% in 2 sedute), l’area cinese continua a essere zavorrata dai continui accenni delle autorità ad una politica monetaria più  prudente nella seconda parte dell’anno.
Oggi il vice premier Zhang ha dichiarato a Reuters che la Cina ridurrà la  leva nell’economia anche attraverso fallimenti, e non ricorrerà a pacchetti di stimolo di grosse dimensioni. Ha aggiunto che l’aggregato monetario M2 ha rallentato ad Aprile (il  mercato si attendeva un marginale incremento).

In questi giorni (entro sabato) saranno pubblicati i dati sul credito, un buon banco di prova per  capire quanto c’è  di vero nel recente sfoggio di retorica da parte delle  autorità. Peraltro, è possibile che, al di la  delle loro vere intenzioni, i nostri eroi sceglieranno di contenere per un paio di mesi i new loans tanto per attenuare il dibattito che infuria sul credito all’ economia.
Sabato escono anche vari dati macro, che getteranno luce sulla tenuta del rimbalzo congiunturale di primavera.
Nel frattempo gli investitori vendono le banche locali, il che grava sulle H-shares quotate a Hong Kong, visto che la percentuale di finanziari è molto più elevata.
L’apertura europea ha dovuto fare i conti, oltre che col deterioramento del sentiment occorso in nottata, con la pessima vena del  settore bancario, affossato  dai risultati di Banco Popolare, che hanno pesato su Popolare Milano attraverso i concambi, e  in generale su tutte le banche italiane, e dai progetti di fusione di Raffeisen.

Di questi tempi, non bisogna dare troppe  scuse agli investitori per vendere gli asset europei.
Con la debolezza degli ultimi giorni, il  settore bancario nostrano ha praticamente cancellato la performance seguita all’istituzione del  Fondo Atlante, giungendo a lambire i minimi segnati a febbraio e ad aprile.
Per quanto personalmente deluso da quanto varato dal  Governo in termini di riduzione dei tempi di recupero delle garanzie, trovo la cosa esagerata. In fin dei conti Atlante ha sollevato  il mercato dal dover finanziare gli aumenti di capitale delle venete, e  l’impatto  sui Non Performing Loans non è ancora chiaro, e non lo sarà per un bel po’, ma esiste.
Il fatto è che a Giugno abbiamo l’aumento di capitale del Banco, imposto dall’ECB per la fusione con la Popolare, che produce il solito circolo vizioso sulle azioni (più scendono, più diventa potenzialmente dluitiivo l’aumento).

E la grandinata di trimestrali (che non potevano in molti casi essere belle, viste le vicende bancarie del primo trimestre 2016) ha mantenuto elevata la pressione. Ora, tra i principali istituti mancano solo i risultati di UBI, Popolare Emilia e Credem (domani), e poi questa fonte di pressione dovrebbe esaurirsi.
Tra l’altro Padoan ha dichiarato a Londra che il settore privato  potrebbe decidere di incrementare gli investimenti in Atlante.
Nel pomeriggio, in assenza di dati rilevanti, la price action si è  trascinata seguendo gli umori di una Wall Street incline a consolidare i guadagni di ieri.

Peccato che l’Europa li abbia totalmente cancellati,  mentre l’S&P 500 ne restituisce meno di un terzo mentre scrivo.
A metà pomeriggio, le  scorte settimanali di petrolio pubblicate dall’EIA hanno completamente sovvertito il  quadro presentato ieri sera da quelle API.
Il  report ha mostrato cali più o meno su tutti i prodotti (-3.4 mln di barili di oil, vs + 3.4 segnalati dall’API).  Così  il  petrolio, che era intento a consolidare la salita di ieri, ha messo a segno un balzo del  3% ed al momento è  intento a testare i massimi di periodo, in area 46 $.
L’azionario ne ha risentito solo modestamente, a ulteriore dimostrazione che gli investitori hanno smesso di seguire passo passo le oscillazioni dell’ (ex)oro nero.
Personalmente, sono assai più stupito dell’indifferenza con cui i bonds trattano i movimenti del petrolio e delle commodities in generale.

Dai minimi di metà febbraio, l’oil e il paniere CRB hanno recuperato rispettivamente il 75% e il 17%. I rendimenti del treasury 10 anni (al 2.3% a fine 2015) pur osservando una certa volatilità, salgono di appena 8 bps, dal 1.66% dell’11 febbraio al 1.74% attuale. Quelli del Bund (allo 0.54% a fine 2016) poi, si trovano a 4 basis points dai minimi dell’anno (lo 0.09% segnato il 7 aprile).
L’effetto comodities si è in parte manifestato nelle attese di inflazione, salite di un 40 basis points dai minimi in US e più o meno della metà  in Eurozone.

Un impatto tutto sommato modesto (in particolare se si guarda agli attuali livelli di inflazione in US).
L’assenza di reazione dei tassi nominali ha prodotto un robusto calo dei tassi reali, che hanno toccato in entrambe le aree ai minimi da 12 mesi, come accennato diverse volte i giorni scorsi.
Molti fattori hanno contribuito alla compressione dei tassi.
In Eurozone abbiamo il QE ECB, recentemente aumentato d’importo, e i tassi negativi,  che mantengono fermamente ancorata la parte breve (oggi il bot annuale è  stato emesso a -0.14% di rendimento). In US la stance FED è  stata progressivamente addolcita e la  crescità  è stata scarsa nel primo trimestre.

Oltre a ciò, i tassi negativi in larga parte del globo hanno fatto convergere gli acquisti di fixed income assets sui treasuries, dove esiste ancora un po’ di rendimento.
Ciò detto, sembra difficile  giustificare questi livelli, a meno che i) lo  scenario macro globale non torni quello di febbraio, con connesse preoccupazioni di marcato rallentamento globale o ii) le commodities non invertano la marcia per riportarsi sui livelli invernali.
Le  chiusure europee vedono borse dei paesi industrializzati in rosso (Eurozone più  degli altri),  dollaro in lieve ritirata, il che insieme alle commodities sostiene gli  indici emergenti.

Stabili o in calo i tassi, compresa la  periferia europea, nonostante le emissioni ultra long di Spagna e Italia (in arrivo).
In chiusura, sempre con l’aiuto di Deutsche Bank, diamo uno sguardo all’earning season europea, con l’80% delle trimestrali già pubblicate.
Per quel che riguarda l’EPS il 57% delle  aziende ha battuto le stime, mentre sul fatturato siamo a un più misero 42%. L’earning growth è del -21% anno su anno, e resta negativa (-4%) anche se si sottraggono energy (-60%) e financials. Da inizio anno le attese di crescita degli utili per il 2016 sono passate da un +7% a un +0.3%, un calo assai più robusto del solito.

Ciò contribuisce a spiegare il -9% delle borse europee (in aggregato) da inizio anno, anche se non lo giustifica interamente.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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