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lunedì 9 maggio 2016

Brexit e mercato unico: e se non fosse così prezioso per UK?


Archiviate le elezioni locali e a meno di sette settimane dal referendum del prossimo 23 giugno, quando i sudditi britannici saranno chiamati a esprimersi sulla permanenza di Londra nell’Unione Europea, la Leave Campaign alza nuovamente i toni. E lo fa proprio all’interno del governo guidato dal partito conservatore del premier David Cameron.
Quel governo che dopo aver rinegoziato con Bruxelles i termini di adesione della Gran Bretagna all’UE, ora si batte per convincere i sudditi di Sua Maestà della bontà dell’Unione Europea per gli interessi britannici.

Il punto di vista di Michael Gove

Michael Gove, segretario di Stato alla giustizia nonché uno dei membri più influenti della Leave Campaign, ha dichiarato che, in caso di Brexit, sarebbe un bene per la Gran Bretagna abbandonare il mercato unico e limitarsi a siglare trattati bilaterali con i suoi membri.

Londra, in altre parole, dovrebbe starne fuori, ma accedervi per poter beneficiare dei vantaggi dello scambio con un’area che conta 500 milioni di consumatori. Il tutto senza essere vincolata dalle regole di membership, tra cui la partecipazione al budget comunitario, l’implementazione delle norme di Bruxelles e l’accettazione del principio di libertà di circolazione, tre dei principi più invisi ai fautori della “secessione”.

Il parere degli economisti

Se il punto di vista espresso da Gove è stato definito sconcertante da Juergen Maier, CEO di Siemens UK, e da altri esponenti del mondo imprenditoriale britannico, queste dichiarazioni riflettono in qualche misura il parere di diversi economisti, che nel corso di questi mesi di dibattito hanno sottolineato quanto i benefici dell’adesione al mercato unico siano stati ampiamente sopravvalutati.

Tra questi Roger Bootle, fondatore del think thank Capital Economics, che ha osservato come nel mondo vi siano molti casi di Paesi che scambiano con successo i loro prodotti all’interno del mercato europeo senza tuttavia farne parte. Cina e Stati Uniti in primis.
Simon Walker, General Director dell’Institute for Directors, ha spiegato al Financial Times che nonostante le aziende che fanno parte dell’istituto non abbiano una view condivisa sull’Europa, tutte tengono in grande considerazione la possibilità di accedere al mercato unico, dunque per il 60% potrebbero votare per la permanenza all’interno dell’UE.
L’opinione di Gove non è invece per nulla condivisa dal collega di governo e di partito, il cancelliere dello scacchiere George Osborne, che ha dichiarato che lasciare l’area di libero scambio sarebbe “catastrofico” perché porterebbe alla perdita di milioni di posti di lavoro e di salari.
A breve, peraltro, il Tesoro dovrebbe pubblicare un dossier sulle conseguenze di Brexit nel breve periodo focalizzato sui rischi connessi alla riduzione del valore dei patrimoni e all’aumento dei mutui.

Anche su questo punto, tuttavia, il parere degli economisti pare piuttosto discordante: per molti, infatti, gli effetti di Brexit si dispiegheranno solo nel breve periodo, perché a lungo sarebbe lecito attendersi un intervento della Bank of England a taglio dei tassi.

Le risposte di Europa e Stati Uniti

Piuttosto gelide, per il momento, le risposte di Washington e delle cancellerie europee, con il Presidente Usa Barack Obama che ha dichiarato che la Gran Bretagna sarà considerata “in fondo alla fila” nei casi di trattative commerciali, mentre diversi deputati europei hanno giurato che non ci sarà nessun trattamento speciale per l’altra sponda della Manica in caso di Brexit.
E quest’oggi su Brexit è intervenuto anche  Vitor Constancio, vicepresidente della BCE, che parlando a un convegno a Londra ha dichiarato che “la banca centrale europea sta analizzando quali potrebbero essere le conseguenze di un tale evento, soprattutto sul settore bancario e sulla crescita, che probabilmente sarebbero negative per l'economia europea”.

Secondo le previsioni della Bce, ha tuttavia specificato Constancio, Brexit non avverrà.
Fonte: News Trend Online

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