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venerdì 1 aprile 2016

Si accentua la divergenza tra equity USA ed emergenti

Il tono minore della seconda parte della  seduta non ha impedito a Wall Street di far segnare la terza seduta positiva a fila, e il nuovo massimo dal  29 dicembre scorso. Le  probabilità  di rialzi dei tassi prezzate dalla  curva monetaria continuano a scendere (Bloomberg assegna zero alla probabilità  di un rialzo ad aprile e 22% a quella di un rialzo a giugno, vs 38% pre FOMC).
Cosi, il dollaro  debole  continua a essere di supporto all’azionario US (ed emergente) mentre ieri la  salita dei tassi sulla parte  lunga della curva  US  ha aiutato  i finanziari.
Più riflessivo  l’atteggiamento in Asia stamattina, con il grosso degli indici che ha chiuso invariato o quasi.

Fanno eccezione Sydney, trascinata al  rialzo da  banche e miners, e Tokyo,  al  solito zavorrata dalla  forza dello Yen, conseguenza del Dollaro  debole. Per la  piazza giapponese si tratta del terzo calo a  fila, in forte contrasto con Wall Street. La dice lunga sul sentiment che circonda il Nikkei nel 2016.
A proposito  di emergenti, l’IIF ha pubblicato il proprio monitor dei flussi,  che mostra un esplosione di denaro in entrata sugli emerging a marzo, dopo qualcosa come 8 mesi di uscite o neutralità nel migliore dei casi (su azionario – sui bonds i flussi sono stati meno univoci – vedi grafico).
L’entità  degli afflussi lascia il  sospetto  che nel breve l’euforia su emergenti sia un po’ eccessiva.

Detto ciò, sembra improbabile  che un movimento del genere si arresti dopo solo un mese,  visto  quanto lunga è  stata la fase di fuga. Se effettivamente nell’ultimo periodo si devono essere create delle posizioni lunghe speculative, il corto strategico, dopo trimestri di ribasso deve essere ancora rilevante.
Dal punto di vista geografico l’Asia sembra essersi appropriata della metà  dei flussi. Da domani, con i PMI cinesi, cominceremo a scoprire se il recente entusiasmo è giustificato. Personalmente, continua ad attendermi un modesto  rimbalzo congiunturale dal gigante asiatico.
Dopo il rimbalzo di ieri, la  luce si è  di nuovo  spenta  oggi  sull’azionario europeo.

Il settore  bancario europeo continua a zavorrare  gli indici generali,  oppresso da  dubbi sulla  redditività (il FT parla di crollo degli  utili per le banche globali quest’anno), mentre le difficoltà a trovare investitori per l’aumento di BPV deprimono le banche italiane.
A parte ciò, si cita  il  fine trimestre come motivo  per prese  di beneficio, un problema che al  momento non sembra affliggere l’S&P 500, tra i pochi indici di paesi industrializzati positivi per il trimestre.
Stranamente, la  debolezza dell’azionario non si è riflessa sul  credito,  che è rimasto ben supportato tutto il  giorno (vedi l’ITRAXX High Yield spread in calo di 6 bps  a 305, poco  distante dai minimi di periodo).
La  cosa  è particolarmente evidente sul credito bancario, con l’indice ITRAXX finanziario subordinato in allargamento di solo 1 bp a fronte dell’1.5% perso dall’Eurostoxx Banks.
Allargando  il  campo,  si nota come, nonostante l’indice bancario abbia ritracciato oltre metà  del rally dai minimi di metà febbraio, l’indice del credito ha mostrato un rimbalzo dello  spread assi più modesto (vedi grafico).
Su queste basi,  sembra che il  credito  attribuisca maggiore efficacia  alle misure ECB rispetto a quanto  fa l’equity.
Certo, si può fare notare che l’ECB si è  impegnata a comprare credito (anche se non finanziario) sul mercato,  e ha cercato  di abbassare il cost of  fundig degli istituti,  cosa  che si può riflettere sugli spread, anche tramite minori necessità di emissione.

Detto ciò,  il calo degli spread è  sicuramente un fattore positivo per la  redditività delle banche europee.
In generale la  tenuta del  credito attenua la negatività  del quadro  sull’azionario europeo, incapace di tener dietro  a USA ed emergenti nell’ultimo periodo nonostante le  azioni ECB.
Sul fronte macro,  deludenti le  retail  sales  tedesche di febbraio, mentre il CPI europeo  ha confermato  il  segnale ottenuto  dal dato tedesco di ieri, con l’inflazione core che ha sorpreso  in positivo (+1% anno su anno da +0.8% e vs attese per +0.9%).
Nel pomeriggio in US, le  survey regionali Chicago  PMI e ISM Milwakee hanno confermato il messaggio di quelle pubblicate i giorni scorsi, ovvero che il manifatturiero US sta  rimbalzando.

Si tratta di un solo mese, è vero, ma raramente le  survey sono state cosi corali (7 rialzi robusti su 7, vedi figura)
La conferma principale deve ovviamente arrivare domani dall’ISM manufacturing, atteso dal consenso di Bloomberg a 50.8, primo dato sopra 50 da settembre.
Domani abbiamo anche il principe dei market movers, il lanbor market report US di marzo.

Ma  dopo la performance della Yellen, ci vorrà un dato straordinario per impattare in positivo la  probabilità  di rialzo ai prossimi 2 meeting. Un dato negativo, per contro, non farà che confermare la recente stance FED.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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