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lunedì 25 aprile 2016

Sell in May and go away: 4 motivi per il sì... e 1 per il no


Si avvicina maggio e con esso anche la prospettiva di un Sell in May and Go Away. Ma conviene farlo? In effetti le incertezze sono diverse. Allora è il caso di vendere? E se sì perchè sì? E se no... perchè no? 

Sell in may? Sì per colpa di... Brexit

Il primo assaggio lo si è avuto proprio ieri: il presidente statunitense, Barack Obama, in visita a Londra in occasione del 90esimo compleanno di Sua Maestà la Regina Elisabetta II d'Inghilterra, ha veementemente parlato contro la possibilità di un'uscita dell'Isola dall'Unione.

Parole che sono andate oltre le regole del politically correct per arrivare nel campo del discorso ben più diretto fino a lambire i territori dell'ingerenza politica. Un tono inusualmente schietto che ha chiamato in causa i legami di sangue che uniscono le due nazioni dai tempi della Seconda Guerra mondiale, comprendendo velate minacce di una serie di accordi economici che saranno poi da ridiscutere e rinegoziare, così come sarà oggetto di colloqui futuri (in caso di Brexit) anche l'appartenenza di Londra ad organizzazioni internazionali come la Nato: da tempo i promotori del referendum guardano alle quote associative come a una voce potenzialmente riducibile tra le spese di stato.

Peccato che gli altri non la pensino così. Anche perché, sempre qualora la popolazione anglosassone votasse per il meraviglioso isolazionismo che più di una volta l'ha salvata, ci vorrebbero anni per definire i dettagli tecnici e capire come gestire il tutto, soprattutto la riorganizzazione di una piazza finanziaria che da anni considera proprio Londra la sua principale base d'appoggio e che, con la Brexit in atto, potrebbe essere fortemente limitata nella sua influenza, nella sua importanza e nel suo prestigio.

Tradotto in parole povere: incertezza su tutti i fronti, proprio ciò che il mercato odia. La reazione? Corsa ai beni rifugio, oro in primis, a tutto discapito, come confermano da Deutsche Bank, della sterlina. Non solo, ma come ricordano da JP Morgan potrebbe essere la scintilla di nuovi focolai di moti indipendentisti non solo per il Regno di Sua Maestà, ma anche per il resto dell'Europa.

Sell in may? Sì per colpa di...
Presidenziali  

L'estate sarà un vero e proprio campo di battaglia per i rappresentanti dei due fronti, quello repubblicano e quello democratico, i cui margini di distacco potrebbero assottigliarsi sempre di più. Dalla sua parte Donald Trump ha la possibilità di sfruttare non solo gli indecisi ma tutti quelli che, e sono tanti, con la crisi e con il cambiamento del modo del lavoro oltre che delle certezze,sono rimasti scontenti e sfiduciati verso la politica.

La nomination di Trump come rappresentante dei repubblicani non è certo scontata, ma è pur vero che allo stato attuale sembra essere la più probabile. Da parte dei democratici una Hillary Clinton che, per quanto politicamente più “canonica” nel suo modo di fare ha qualche difficoltà. Il problema della Clinton, a detta degli osservatori, è che deve riuscire a trovare il punto di collegamento tra le leve del potere, quelle che contano e che l'appoggiano, e la popolazione, potenzialmente più alla portata di Bernie Sanders, l'altro potenziale rappresentante dei democratici, il quale, ha riscosso un successo inatteso dagli stessi vertici del partito, tutto unito a favore di Hillary. Differente, invece, la situazione dei repubblicani dove Trump non perde occasione per denunciare complotti del suo stesso partito per strappargli la candidatura.

Entità incontrollabile, il magnate è temuto anche dalla finanza con Wall Street che non vede di buon occhio nè il fatto che a novembre possa rapresentare i repubblicani nè la sua potenziale elezione alla Casa Bianca. Ad ogni modo, storicamente, le posizioni si delineano meglio durante l'estate ma è solo nel terzo trimestre che le preoccupazioni si concretizzano.

Sell in may? Sì per colpa di...

Trimestrali Usa

Un primo trimestre 2016 ormai dichiarato sottotono, con previsioni che guardano alla stagione degli utili come una delle peggiori, se non la peggiore, dal 2009 ad oggi. Non solo, ma anche le prospettive sono in calo con quelle sugli utili delle società di riferimento dell'S&P500 diminuite più del doppio rispetto al passato.
I numeri forniti da Bank of America Merrill Lynch parlano di un calo del 9% da gennaio, trend che potrebbe continuare a essere tale qualora le materie prime in calo e un possibile rialzo del dollaro, già meno probabile, dovessero tornare a inasprirsi. Intanto la sensazione più diffusa vede una conferma di una contrazione dei profitti e una debolezza dei fondamentali.

Ad aumentare i sospetti resta la crescita disomogenea all'interno della realtà statunitense la cui economia è a sua volta ancora incapace di fornire un andamento convincente di crescita continuata: le aziende stanno tornando a investire così come i consumatori a comprare ma il punto interrogativo, uno dei tanti, resta ancora il settore energetico e le sue ripercussioni sull'economia Usa.
Intanto i conti non sempre tornano come ad esempio quelli di Goldman Sachs, la più grande banca d’investimento al mondo che nei primi tre mesi del 2016 deve registrare una contrazione del 56,3% dell’utile netto con cali particolarmente accentuati nei ricavi da trading, anche qui per colpa di Cina, politica di rialzo dei tassi Fed, Commodity e petrolio.

Non va meglio per IBM con i ricavi mai così negativi dal 2002. Lo stesso dicasi per chi, come Netflix, rappresenta le grandi frontiere realizzate dell'hitech: meno abbonamenti in futuro mentre per Harley Davidson si parla di un calo dell'utile, nell'ultimo trimestre calo di oltre 10 milioni di dollari.
I timori riguardano un ripetersi di quanto già accaduto nel 2015 ovvero quando su attese di un +8% per la stagione delle trimestrali, si è arrivati a una perdita dell'1%.

Sell in may? Sì per colpa di...

Petrolio

Ormai sul greggio e su quanto sta accadendo nel settore degli energetici si è detto praticamente tutto: dopo una crisi lunga quasi due anni e che ha raggiunto l'apice con il fallimento del vertice di Doha e il nulla di fatto sul congelamento della produzione, si iniziava a parlare di un futuro accordo possibile in un prossimo vertice organizzato dalla Russia e da tenersi infatti a Mosca tra maggio e giugno.
Una speranza morta sul nascere visto che in ministro dell’energia russo Alexander Novak ha di fatto smentito tutto, stroncando il rally che stava intravedendosi all'orizzonte sull'entusiasmo di notizie di corridoio. Un atteggiamento che ha caratterizzato l'andamento del greggio molto spesso negli ultimi mesi creando una forte volatilità e un'enorme incertezza, elementi che resteranno ancora a lungo in futuro.

Un esempio sia quello accaduto poco dopo Doha, ovvero quando tutti già guardavano al crollo e invece il greggio aveva registrato un rialzo grazie a un fattore inatteso: lo sciopero dei lavoratori nel settore petrolifero del Kuwait, deciso contro i tagli dei salari messi in atto dalle compagnie petrolifere per combattere la crisi del prezzo del barile.
Grazie a questo la produzione abbondante (troppo) è scesa da 3 milioni a 1,1 milioni di barili nella nazione islamica. Successivamente è arrivato il dato sulle estrazioni statunitensi in calo di altri 24 mila barili la settimana scorsa. Con un dato pari a 8,95 milioni di barili, il minimo da ottobre 2014.

Cosa significa questo? Che se la volontà politica non è riuscita a risolvere il problema, a farlo potrebbe essere la carenza produttiva dettata anche dai fallimenti delle società estrattive a stelle e strisce. Sempre sperando che non sia tale da sconvolgere a sua volta l'economia Usa il cui sistema bancario particolarmente esposto nel settore.

Ma per il No basta un motivo...

Per chi invece vorrebbe un motivo per dubitare del Sell in May and go away, basta semplicemente guardare a quanto pubblicato da Alex Dryden global market strategist di JP Morgan Asset Management la cui ricerca rivela una particolarità interessante e che va al di là di tutte le parole finora usate: la strategia del sell in may and go away ha funzionato in solo 11 degli ultimi 30 anni registrando rendimenti positivi per gli investitori solo in queste 11 occasioni.

Senza contare che nel corso degli ultimi 20 anni, 29 dei migliori 50 giorni di negoziazione si sono verificati tra maggio e novembre, periodo durante il quale chi ha venduto a maggio era, in teoria, assente. A voi la scelta.
Fonte: News Trend Online

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