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venerdì 29 aprile 2016

Più che la Fed, ci pensa la BOJ a spaventare i mercati


Come da copione, la FED ha cercato di tener viva una possibilità di mossa a  giugno, ma guadandosi bene dal risultare troppo aggressiva. Nello statement è  scomparso  il riferimento ai rischi rivenienti dalla congiuntura internazionale (che però resta da monitorare) ma è stato notato il rallentamento dell’attività, in particolare dei consumi e degli investimenti.
L’assenza, nel testo, di indizi quali ad esempio condizioni specifiche per passare all’azione nei prossimi meeting ha tranquillizzato  il mercato, che ne temeva la comparsa. La  probabilità  di un rialzo a giugno è  ulteriormente scesa (da 20% a 15%) ed equity e bond hanno reagito positivamente.
Quella  che non è stata affatto tranquillizzante è stata la performance della Bank of Japan, la  quale, poche ore dopo, ha abbassato le stime di GDP e di inflazione, ma non ha toccato la stance monetaria.

Nella conference Kuroda è  andato oltre, smentendo i loan a tasso negativo  alle banche e reiterando la  fiducia in quanto già disposto (a fronte di risultati che lo contraddicono al  momento).
Si sa, a Kuroda piacciono le sorprese. Trovandosi senza nulla di rivoluzionario da proporre, e a fronte di robuste attese di intervento, ha deciso di attendere un momento più propizio.
Ma  il  “gran rifiuto” ha inferto un nuovo colpo  alla credibilità  della BOJ accentuando la percezione di impotenza delle autorità monetarie e fiscali che gli investitori già hanno dal meeting di gennaio.
Di qui la reazione shoccata  sugli asset nazionali, con 3 figure di calo del  $/yen e un crollo del Nikkei che è continuato aftermarket.
Lo  scangeo sul Giappone ha avuto un impatto modesto,  tutto sommato, sull’Asia, che pure prima dello scandalo festeggiava la FED.

D’altronde, Cina ed emergenti dell’area sono competitor del paese del sol  levante, e le sue difficoltà, in una certa misura, sono vantaggi per loro. Si può sostenere che il rallentamento osservato nell’area negli ultimi 2 anni abbia a che vedere anche con la violenta svalutazione dello Yen.
Pesante, per contro, la reazione dell’Europa in mattinata, con i principali indici giunti a lasciare sul terreno perdite consistenti (Eurostoxx  a -2% a metà  mattina).

D’altrone gli investitori si son trovati a fare i conti con un Nikkei future a -7%, e sorprende poco che siano scattate un bel po’ di stops. Nuovamente tra i “buoni” la piazza milanese, grazie a un newsflow supportivo sulle banche (lodi del commissario alla concorrenza UE Vestaeger ad Atlante e approvazione domani del decreto per la riduzione dei tempi per il recupero delle garanzie).
L’outperformance resterà invariata per tutta la giornata.
Nel primo pomeriggio è stata Wall Street a suonare la riscossa, portandosi rapidamente in positivo e contribuendo al contenimento delle perdite europee ad una minima frazione di quanto maturato in mattinata. Una discreta mano nelle ultime 2 ore è  venuta dal  petrolio, che ha fatto i nuovi massimi per l’anno sopra i 45 $.
Scarsamente considerata la  prima stima del GDP US (+0.5% vs attese per +0.7%) che ha deluso a causa di investimenti in non residenziale deboli, e canale estero e scorte che hanno sottratto crescita.

Sopra attese l’inflazione headline e core. Tanto poi verranno le revisioni.
Volendo dare una rapida lettura della price action (col caveat che Wall Street dista ancora 3 ore dalla chiusura) sembra che dopo il fuggi fuggi iniziale, gli investitori abbiano abbracciato uno scenario più selettivo.
Il Giappone, a corto di potenza di fuoco  in termini di politica monetaria e fiscale,  è la  principale vittima del cambio di stance  deciso a  livello globale per stabilizzare il mercato dei cambi.
La sua impasse sembra il rovescio della medaglia dello stallo del Dollaro, che sta creando grattacapi anche all’Europa, ma per contro aiuta il manifatturiero US, gli emerging e le commodities.
In Eurozone l’ECB, che ha un arsenale ancora non cosi depauperato come quello di Kuroda e C., sta reagendo con nuove misure e credit easing.

Oltre a ciò, il ciclo sta mostrando una maggior tenuta.
Ragion per cui, la crisi di Tokyo non è da prendere sotto gamba, ma non viene al  momento giudicata un catalyst per un selloff generalizzato  dei risk asset globali.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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