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lunedì 4 aprile 2016

Petrolio: è già finita la favola di Doha?


Ribassi generalizzati sul petrolio. Di nuovo. Finite le già timide speranze di una ripresa con l'avvicinarsi del vertice di Doha,capitale del Qatar, lo stesso che, invece, era stato inizialmente visto come possibile trampolino di lancio per un accordo tra le grandi potenze produttrici.

I dubbi sull'incontro

In realtà i dubbi sono presenti da tempo tra gli analisti, in particolare sulle condizioni poste all'inizio dalle varie nazioni coinvolte, ossia di congelare la produzione ai valori medi dell'11 gennaio, tarati intorno ai 4 milioni di barili al giorno, troppo per riuscire ad equilibrare la domanda con l'offerta.

Inoltre gli stessi dubbi sul successo dell'incontro si sono fortificati proprio quando l'Arabia Saudita ha dichiarato che la sua produzione, o per meglio dire i tagli ad essa legati, sarebbero stati fatti solo ed esclusivamente nel caso in cui anche l'Iran avrebbe deciso altrettanto. Difficile poter credere che, su questa base, si possa ancora pensare di trovare un accordo, sopratutto considerando che Teheran è stata la prima a dichiarare apertamente, ancora prima che si riuscisse a dar vita al meeting, di non essere minimamente intenzionata a regolare i rubinetti proprio ora che, dopo decenni di sanzioni, era tornata sul mercato internazionale.

L'inversione del trend

Si allontanano perciò le speranze di riuscire a trovare un accordo per frenare la sovrabbondanza di materia prima la quale, da oltre un anno e mezzo, sta decimando le quotazioni ma anche molte società del settore.

Di qualche giorno fa il dato sulle scorte statunitensi aumentate oltre ogni previsione: numeri alla mano si parla di 2,3 milioni di barili contro le previsioni che non andavano oltre 1,4. Il dato effettivo porta a 534,89 milioni di barili il totale, record che ricorda i risultati della Grande Depressione.
Da mesi, intanto, i grandi nomi delle società petrolifere hanno dovuto armarsi di matita per scrivere e riscrivere più volte i propri piani di investimento, ogni volta troppo pretenziosi di fronte a un prezzo del greggio che non fa che scendere, a parte poche fiammate dettate per lo più da speculazione e fattori tecnici come ad esempio il calo del dollaro dovuto a tentennamenti della Fed nel voler potenziare la sua azione di rialzo dei tassi; un aiuto in realtà molto flebile perché tutti sanno che ai primi accenni credibili di una ripresa, la Fed non esiterà, forte del dissenso interno verso un QE infinito, a cambiare rotta e alzare il costo del denaro.

Ma le estemporanee risalite del greggio affondano le radici (superficiali) anche in altri motivi, ovvero in speranze ancora lontane dall'avverarsi, come appunto l'incontro di Doha e il possibile accordo.

Speranze che diventano utopia

Speranze che diventano utopia se si va a guardare le cronache finanziarie le quali riferiscono di due compagnie petrolifere (una di Ryad l'altra del Kuwait) pronte a puntare i fari (e la produzione) su un altro sito (Khafji) che potrebbe portare sul altri 300.000 barili di petrolio al giorno.
Di fronte a tutto questo il Brent non arriva a superare i 38,80 dollari mentre il WTI non tocca i 37.
Ma il meeting che avrà luogo tra due settimane a Doha, e la cui validità alla luce di quanto successo resta difficilmente valutabile, rischia di restare anche in questo caso una vittoria a metà: assenti saranno gli Usa (primo produttore mondiale dopo aver detronizzato l'Arabia Saudita), il Canada (anch'esso campione soprattutto nella produzione di scisto) e la Libia, altro gigante del mercato.

L'Iran, invitato speciale al meeting, ci sarà, anche se la sua decisione l'ha già presa.

Fonte: News Trend Online

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