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martedì 19 aprile 2016

L’oil sembra tenere e i mercati gradiscono

Inizio settimana assai più  tranquillo di quanto il mega flop di Doha facesse temere.
Nonostante il protrarsi del meeting, di 10 ore oltre  il termine stabilito, è stato impossibile  raggiungere un qualsivoglia  accordo  su un tetto alla produzione di petrolio per i 16 paesi riuniti in Quatar. L’Arabia Saudita si  è categoricamente rifiutata di aderire al freeze senza una partecipazione all’accordo dell’Iran, che non si è nemmeno presentato al  Summit.
I Sauditi sostengono che un tetto senza la  partecipazione di  tutto  il  cartello porta in dote solo  la  riduzione della quota  di mercato. Gli Iraniani osservano che prima di parlare di accordo è è  necessario che la  loro produzione torni a livello pre sanzioni, altrimenti ratificherebbero l’usurpazione della loro quota da parte di altri produttori. Un classico “dilemma del prigioniero” quindi, la  cui conclusione era forse scontata.
Meno scontato è constatare, a  fine giornata,  che Brent e WTI hanno ridotto le perdite ad una frazione di quanto messo in mostra all’apertura del mercato (-7%). Come motivo della  resilience, alcuni hanno hanno indicato lo sciopero in Kuwait, apparentemente in grado di ridurre temporaneamente  l’output del  paese di un 60%. Una news del genere, in altri tempi, avrebbe causato un impennata dei prezzi. Ma ora, con le scorte  ai massimi storici,  sono riluttante ad attribuirgli tutta quest’importanza (anche perchè era già nota all’apertura dei mercati).
E’  presto  per trarre  conclusioni, dopo  una sola seduta, ma sembra logico desumere dalla price action che la parte giocata dalle  speranze di un accordo a Doha nel recente rialzo del petrolio sia stata inferiore a  quanto generalmente ritenuto.
Peraltro, l’iniziale reazione al flop  ha impattato sulla  seduta  asiatica. La citata  correzione iniziale dell’oil ha prodotto una fiammata dello Yen (la lingua batte dove il  dente duole) che ha prevedibilmente affossato  Tokyo. Deboli anche i mercati cinesi, nonostante i dati sui prezzi dell’immobiliare misurati in marzo nelle 70 principali città abbiano mostrato il  rialzo più forte da 2 anni (+4.9% anno su anno, da +3.6% di febbraio).
Il dato  sui prezzi è l’ultima  di una serie di sorprese  positive che mostrano come il  significativo  easing monetario e fiscale erogato dalle autorità cinesi negli  ultimi mesi  stia iniziando a  produrre effetti. Non a caso, sul media  ufficiale Xinhua è uscito un editoriale il cui messaggio sembra essere che nella seconda parte dell’anno la  politica monetaria resterà espansiva,  ma lo  sarà un po’ meno che nei mesi scorsi.
D’altronde, basta uno  sguardo agli  aggregati monetari dei primi mesi  dell’anno (new loans + 25.5% anno su anno nel primo trimestre) per comprendere che un rallentamento dello stimolo monetario, più  che una mossa “prudente”, è  una necessità.
Tra gli altri indici positiva solo  l’India, che ha più da guadagnare da un oil debole e si è  giovata  di alcuni trimestrali positive.
L’apertura europea, con il  petrolio  giù ancora del  5%,  è  stata  comprensibilmente difficile. Tra l’altro, non c’era alcun dato  per distogliere l’attenzione degli investitori. Ma  quando si è  capito che il  greggio era più propenso a recuperare terreno che a cederlo, il sentiment ha preso a migliorare e per fine mattinata le  perdite  erano sostanzialmente recuperate.
Un buon contributo alla causa è  venuto dal sistema bancario italiano, che continua a beneficiare della comparsa sulla scena di Atlante, nonostante la  pioggia di critiche. La performance ridotta del FTSE MIB Banks (+0.1%) è dovuta allo stacco del  dividendo da parte di Unicredit (EUREX:DE000A163206.EX - notizie) , Banco Popolare (Amsterdam: PB8.AS - notizie) e Mediolanum (Amsterdam: 976622.AS - notizie) .
Dopo JPM, Wells Fargo (Hannover: NWT.HA - notizie) e Citigroup (NYSE: C - notizie) , è stata la  volta  di Morgan Stanley (Xetra: 885836 - notizie) oggi,  di battere stime di utili e fatturato. Il +4% segnato dal  settore  banche dell’S&P500 dall’esordio di mercoledi scorso indica che i risultati del  settore finanziario US non sono brutti come si temeva (o che le  aspettative  erano state sufficientemente depresse).
Sul fronte macro, giornata scarna anche in US con solo la fiducia di aprile dei homebuilders (58 in linea con marzo e vs attese per 59).
L’ulteriore recupero dell’oil (-1% mentre scrivo) ha permesso a Wall Street di esordire in positivo e segnare i nuovi massimi dell’anno 2016, e agli indici europei di chiudere in guadagno una giornata iniziata in profondo rosso. In lieve calo il $ mentre i rendimenti dei bonds sembrano reagire  al  risk appetite e alla resilience del comparto commodities (si stanno svegliando anche quelle  agricole) e salgono più o meno ovunque.
Il calendario macroeconomico prende vita in settimana:  domani abbiamo la ECB bank lending survey e dati su immobiliare in US. Giovedi abbiamo il meeting ECB e il Philly Fed in US. Venerdi chiudiamo in bellezza con i PMI flash manifatturieri in Giappone, Europa e US. a parte ciò, riporteranno 104 aziende dell’S&P 500 e 46 dello  Stoxx 600.
Sul fronte tecnico  la  cosa si fa interessante in Europa, con il Dax sul  punto di superare una importante resistenza in area 10120 e completare una figura di testa e spalle rovesciato, che proietterebbe un target in area 10.000 (vedi grafico sotto). La  figura sull’Eurostoxx non è dissimile.
Autore: Giuseppe Sersale Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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