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venerdì 1 aprile 2016

le sfaccettature del primo trimestre


Si è chiuso piuttosto male per i mercati europei il pazzo primo trimestre del 2016.
Un trimestre che è stato chiaramente a due facce, molto delineate ed alternative, per tutto l’azionario mondiale.
Una faccia scurissima nei primi 50 giorni. Se prendiamo, una volta tanto, l’indice MSCI World, che esprime il mercato azionario globale nel senso più pieno, osserviamo che da inizio anno fino all’11 febbraio scorso la perdita è stata del -12,6%, con eccessi di negatività, in Europa ed alcuni paesi emergenti, anche superiori al -20%.

Poi, quasi con la stessa rapidità ed estensione, è arrivato un rimbalzo molto cospicuo, che ha consentito all’indice globale di recuperare l’85% del calo iniziale e riportarsi a pochi punti dal livello (1.277,7) a cui era terminato il 2015.
Possiamo perciò affermare, con le parole del Leopardi, che a livello globale “passata è la tempesta: odo augelli far festa”.
Ovviamente il movimento, se è stato abbastanza corale nella direzione, non lo è stato altrettanto nell’intensità espressa dalle varie aree geografiche.

Infatti sia le borse USA, che peraltro nella parte drammatica iniziale avevano già perso meno della media globale, che alcune borse emergenti (Brasile, Russia, India) hanno recuperato tutto o anche di più del calo iniziale. L’indice SP500 ha infatti chiuso marzo al di sopra del valore al 31/12/2015 di quasi un punto percentuale.
 
Non così è invece andata alla Cina, che si ritrova con l’indice Shanghai Composite che, per recuperare il valore di fine 2015, deve ancora salire di circa il 18%. Né il Giappone, al cui indice Nikkei ieri mancava un rialzo del 13,5% per tornare dov’era a fine 2015, dato che la strada da fare è ancora più lunga di quella fatta.
La situazione delle borse europee assomiglia molto a quella giapponese, nonostante lo show del 10 marzo ad opera di Draghi, il più apprezzato anchor man dei mercati finanziari.

L’indice eurostoxx50, rappresentativo dell’azionario dell’Eurozona, dopo aver fatto un tonfo iniziale superiore alla media, è stato in grado finora di recuperare solo poco più di metà del terreno perso e si ritrova a dover ancora salire di quasi il 9% per riportare in pareggio la performance del 2016.
Ho elencato tutti questi dati per far notare che comunque i mercati non si muovono tutti nello stesso modo scegliere l’area giusta può essere premiante, così come può essere penalizzante scegliere quella sbagliata.
Il motivo di comportamenti così differenti sono dovuti, a mio parere, a diversi fattori.

Da un lato il recupero dei prezzi del petrolio ha favorito alcune aree più correlate all’andamento del greggio, come la Russia, il Brasile (dove però ha giocato anche l’esultanza per la crisi del modello socialista di Lula-Roussef, affondato dal “golpe” giudiziario) e lo stesso listino USA, che per larga parte di quest’anno ha avuto un andamento sovrapponibile a quello delle quotazioni del petrolio.
Dall’altro, per i sistemi economici meno dinamici e più “ingessati” (Giappone ed Eurozona), l’inutilità delle soluzioni cercate da governi e banche centrali per ovviare alla cronica incapacità di crescere e di riportare un po’ di inflazione, è stata pagata con la crescente disaffezione degli investitori, che si spostano su latri lidi e rendono eclatante la sottoperformance di queste aree.
La borsa italiana evidentemente non ha badato molto agli ormai stucchevoli e ripetitivi trionfalismi di Renzi, che ogni giorno ed anche più volte al giorno con apparizioni televisive, messaggi twitter e facebook, interviste ai giornali (sto attendendo il giorno in cui “Matteo” busserà alla mia porta di casa per dare il classico 5 a mano aperta anche ai miei figli), ripete fino alla prostrazione di chi ascolta che è ora di smetterla con il pessimismo, siamo un grande paese, meglio della Germania, abbiamo finalmente il segno + nella crescita (+0,8% nel 2015 !!), abbiamo fatto le riforme che aspettiamo da 20 anni….
Se guardiamo il nostro Ftse-Mib, constatiamo che è il fanalino di coda tra gli indici europei.

La strada fatta in recupero è ancora assai meno di quella che ancora si deve fare per arrivare al pareggio. Mancano oltre 18 punti di performance per eguagliare il livello che segnava a fine 2015.
La colpa qui è soprattutto dei bancari, che sono molto vicini e qualcuno e addirittura sotto, ai minimi dell’anno e trascinano già l’intero listino.
Fino a quando non si porrà qualche credibile pezza al disastro di inefficienza delle nostre banche (che peraltro continuano ad aumentare i compensi ai loro top manager, come se brillassero per capacità gestionale) non usciremo tanto facilmente dalla sottoperformance.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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