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mercoledì 20 aprile 2016

La sorpresa del renminbi: ecco il motivo per cui non crolla


La storia della Cina è lunga secoli, ma quella della sua valuta, il renminbi è nota ai più solo da qualche tempo, ancora di più dopo che l’estate scorsa, ad agosto, è stata protagonista di una improvvisa quanto inattesa svalutazione del 3,5% sul dollaro nel giro di due giorni.

Yuan: in guerra o no?

Se da una parte Pechino assicurava che non si trattava di una mossa aggressiva per ridar vita a una guerra delle valute mai ufficialmente dichiarata così come mai ufficialmente conclusa, dall’altra era inevitabile che, con le tensioni sul settore valutario, le Banche centrali in fase di cambio di rotta sul fronte statunitense, la scelta venisse mal interpretata e intesa come il primo passo di una lunga svalutazione futura.

A questo si aggiunga anche una crisi nazionale della Cina che da tempo sta tentando di riequilibrare la sua economia troppo legata all’export verso un’altra spinta da maggiori consumi interni, una crisi questa volta internazionale che continuava (e continua tuttora) a non voler abbandonare la scena, ed ecco servita la paura, nata più che altro tra dirigenti e neocapitalisti del Celeste Impero, di essersi spinti troppo in là nella manipolazione della valuta successivamente sostenuta a forza dalla stessa Banca Centrale che poco prima si era adoperata per indebolirla.

Non certo un messaggio rassicurante che arrivava all’esterno, soprattutto mentre il FMI guardava allo yuan come moneta da inserire nel suo paniere di riferimento. 

Ma poi le cose sono cambiate

Difficile descrivere i retroscena reali e soprattutto distinguerli da quelli ufficiali a loro volta anche potenzialmente diversi da quelli apparenti.
Sta di fatto che, vuoi una coincidenza oppure una possibile collaborazione come quella prospettata dal Corsera tra i vertici della Fed e i colleghi della Bank of China, relativamente più inesperti sulle astuzie di una finanza che per Pechino è una novità,sta di fatto che il FMI nel suo ultimo outlook ha rivisto al rialzo le prospettive di crescita della Cina dal 6,3% al 6,5% proprio mentre per il resto del mondo la situazione andava, o per meglio dire continuava ad andare, in maniera negativa.

Non più tardi di 6 giorni fa, infatti, l’organizzazione diretta da Christine Lagarde non esitava a parlare dello spettro di una stagnazione secolare con minacce di Brexit, terrorismo, migrazione incontrollata e, per l’Italia, il pericolo di un Pil al solo 1% per il 2016 contro le precedenti stime dell’1,3%, stime peraltro elaborate solo 4 mesi prima. 

E anche il FMI lo sa

Di fatto, però, anche lo stesso Fmi si è accorto, da tempo, di uno scambio di informazioni, per lo più definibili “consigli operativi” tra Washington e Pechino oltre a un certo tipo di decisioni che, per usare un garbato eufemismo, non ledono gli affari di nessuno.

Come ad esempio un rialzo dei tassi della Fed i quali, per tanti motivi, compresa la svalutazione dello yuan, sono stati resi meno “urgenti” del previsto. Nel frattempo l'export ha registrato un aumento del 18,7% e, poco prima, nel primo trimestre di quest'anno la valuta cinese ha registrato un rafforzamento dello 0,3% sul dollaro.
Fonte: News Trend Online

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