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giovedì 28 aprile 2016

La Boj non interviene e Tokyo affonda (Nikkei 225 -3,61%). Sydney e Hong in positivo


Le tanto attese decisioni in arrivo dai meeting di Federal Reserve (Fed) e Bank of Japan (BoJ) hanno avuto effetti contrari sui mercati asiatici. Come ampiamente previsto il Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Fed che si occupa di politiche monetarie) ha lasciato i tassi d'interesse invariati allo 0,50% dopo il primo rialzo dal 2006 deciso in dicembre, alla luce di recenti dati macroeconomici che hanno confermato il rallentamento della ripresa economica in Usa.
E secondo gran parte degli osservatori non c'è nessuna fretta perché un rialzo arrivi nel breve periodo. Il risultato è stato un generalizzato apprezzamento dei listini dell'Asia, con l'indice Msci Asia-Pacific, Giappone escluso, in progresso di circa mezzo punto percentuale. Successivamente, però, la BoJ ha confermato i tassi d'interesse allo 0,10% in negativo introdotto a sorpresa a fine gennaio e il piano di espansione della base monetaria, portato a 80.000 miliardi di yen l'anno (648 miliardi di euro al cambio attuale) nell'ottobre del 2014.

L'istituto si è limitato a introdurre aiuti per le aree del Paese maggiormente colpite dai terremoti nell'isola di Kyushu questo mese. La reazione sui mercati valutari è stata brutale: lo yen, che in precedenza era in moderato declino nei confronti del dollaro, è rimbalzato ai massimi degli ultimi otto mesi, spingendo anche il won sudcoreano a un apprezzamento di circa lo 0,70% sulla valuta Usa.
E per i mercati azionari nipponici è stato tracollo: il Nikkei 225 ha chiuso con un crollo del 3,61% (leggermente migliore la performance dell'indice più ampio Topix, deprezzatosi comunque del 3,16%). Tra i peggiori titoli dell'indice delle blue chip giapponesi Nomura, che ha perso oltre il 10% dopo che mercoledì aveva comunicato la prima perdita trimestrale in quattro anni (19,2 miliardi di yen, pari a 156 milioni di euro).

Sul fronte macroeconomico le indicazioni sono state complessivamente negative: se è vero che la produzione industriale è tornata a crescere in marzo, vendite retail e, soprattutto, spesa delle famiglie (5,3% il suo declino) sono calate significativamente e l'inflazione ha segnato una flessione dello 0,1% su base annua.
Una spinta ribassista che si è fatta sentire nel resto della regione erodendo gran parte degli iniziali guadagni.
Seoul, la più legata alle performance di Tokyo, ha sentito il colpo e il Kospi ha segnato un comunque limitato (rispetto al tracollo del Nikkei) declino dello 0,72% al termine delle contrattazioni. E a circa un'ora dalla chiusura dei mercati, Shanghai e Shenzhen hanno accelerato le perdite: Shanghai Composite e Shanghai Shenzhen Csi 300 sono in declino dello 0,80% e dello 0,60% rispettivamente.

Decisamente peggio fa lo Shenzhen Composite che con una perdita superiore all'1,50% è la seconda peggiore piazza dell'Asia. A Hong Kong, l'Hang Seng che aveva toccato un progresso superiore all'1% all'apertura degli scambi ha ridotto i suoi guadagni intorno allo 0,30% (performance leggermente peggiore ma comunque in positivo per l'Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell'ex colonia britannica per la Corporate China).
Alla fine l'unica voce fuori dal coro è stata quella di Sydney grazie alle positive performance dei titoli legati alle materie prime (i colossi Bhp Billiton e Rio Tinto hanno recuperato terreno guadagnando circa il 4%), anche i petroliferi, con il prezzo del greggio in declino, ma dopo due sedute consecutive in rally e, soprattutto, in scia a dati sulla produzione Usa ai minimi dall'ottobre 2014.

L'S&P/ASX 200 ha segnato un progresso dello 0,73% al termine degli scambi.
(RR)
Autore: Financial Trend Analysis Fonte: News Trend Online

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