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lunedì 18 aprile 2016

Il terremoto affonda Tokyo (Nikkei 225 -3,40%). Asia in declino sul flop Doha


La settimana si apre sui mercati asiatici con un pesante declino causato in parte dal fallimento del summit tra i maggiori produttori di petrolio tenutosi domenica a Doha, in Qatar. Nessun accordo è stato raggiunto sul congelamento della produzione di cui da tempo si parlava come possibile misura per un freno al declino dei corsi del greggio.
A tenere banco sono stati soprattutto gli attriti tra Arabia Saudita e Iran. Teheran, che non ha preso parte ai negoziati tra i 18 dei maggiori produttori di petrolio, riaffacciatasi sulla ribalza internazionale dopo la fine delle sanzioni oppone una forte resistenza all'idea di un blocco dell'output, nel tentativo di recuperare quote del mercato globale.

Il risultato è stato un crollo del 5-6% in Asia per il prezzo del greggio, che ha impattato pesantemente sui listini azionari, in declino anche in scia alla performance di Tokyo. Il Nikkei 225 ha registrato un tracollo del 3,40% (leggermente meglio ha fatto l'indice più ampio Topix, deprezzatosi del 3,03%), ma la piazza nipponica sconta soprattutto l'impatto dei terremoti che hanno colpito l'isola di Kyushu giovedì e sabato.
Toyota Motor ha comunicato che sospenderà la produzione nelle sue linee di assemblaggio in Giappone dal 18 al 23 aprile a causa della carenza di componenti. Secondo Bloomberg, nel trimestre in chiusura in giugno il colosso automobilistico nipponico potrebbe vedere i suoi utili operativi ridotti di 30 miliardi di yen (pari a circa 250 milioni di euro) a causa degli effetti del sisma sulle sue attività.

Toyota sembra essere la più colpita dei big dell'auto del Sol Levante: Honda ha sospeso la produzione di motocicli nell'impianto di Kumamoto già da giovedì e ha prorogato lo stop fino al 22 aprile, mentre Nissan dovrebbe riavviare già da subito l'ouput nei suoi impianti nell'isola di Kyushu dopo avere registrato danni limitati.
A trascinare al ribasso l'indice sono stati quindi soprattutto i titoli del settore automotive, con Toyota che è stata la più colpita segnando un declino appena inferiore al 5% al termine degli scambi. Limita invece i danni, in quella che è la perdita più modesta tra i principali indici della regione, la piazza di Seoul: il Kospi ha infatti segnato un declino dello 0,28% in chiusura.
Complessivamente la seduta è stata ampiamente negativa, con l'indice Msci Asia-Pacific, Giappone escluso, in flessione di quasi l'1% dopo avere toccato i massimi degli ultimi cinque mesi in intraday nell'ultima sessione della precedente ottava.

I dati macroeconomici di venerdì hanno fornito indicazioni su una ripresa zoppicante per gli Usa e il dollaro si è rafforzato contro le valute di Australia e Canada ma non nei confronti dello yen. La moneta nipponica, considerata un bene rifugio, si è rafforzata anche nei confronti dell'euro. In moderato progresso anche l'oro, altro bene rifugio.
A Sydney la seduta è stata segnata dalle perdite dei titoli legati alle materie prime, ma la giornata è stata contrastata per i petroliferi come pure per i finanziari. Peggiore performance è stata quella di Qantas. La compagnia aerea ha toccato una perdita superiore al 14% in intraday per poi chiudere in flessione dell'11,08% dopo avere comunicato la riduzione dal 2% allo 0,5-1% del previsto incremento della capacità nel trimestre in chiusura a fine giugno a causa del declino della domanda da parte dei consumatori australiani, preoccupati per la congiuntura economica.

Revisione che potrebbe essere ulteriormente peggiorata e che riguarda anche la controllata low-cost Jetstar. L'S&P/ASX 200 ha comunque limitato le perdite allo 0,36% al termine delle contrattazioni. Decisamente peggiore la seduta in Cina. A circa un'ora dalla chiusura delle contrattazioni, Shanghai Composite, Shanghai Shenzhen Csi 300 e Shenzhen Composite sono in declino intorno all'1,50% e la performance è simile anche per l'Hang Seng di Hong Kong (decisamente peggio fa l'Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell'ex colonia britannica per la Corporate China, il cui calo è superiore al 2%).

Sul fronte macroeconomico positive indicazioni continuano ad arrivare dal mercato immobiliare. Secondo quanto comunicato dall'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, infatti, i prezzi medi delle nuove abitazioni in Cina sono cresciuti nei 12 mesi allo scorso 31 marzo del 4,9% su base annua dopo il 3,6% d'incremento registrato in febbraio.
Si tratta dell'aumento più elevato dal maggio del 2014 ed è cresciuto anche il numero di città in cui si sono registrati progressi: delle 70 maggiori città della Cina oggetto della statistica in 40 si sono registrati incrementi dei prezzi delle case, contro 32 di febbraio (e 38 di gennaio).
(RR)
Autore: Financial Trend Analysis Fonte: News Trend Online

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