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venerdì 1 aprile 2016

Il fallimento del microcredito nella riduzione della povertà


Un nuovo studio realizzato dalla Cass Business School e dalla Western Sydney University ha analizzato l’impatto dei prestiti alle imprese nei paesi del terzo mondo e ha mostrato che, anziché permettere l’avviamento di nuove imprese, il microcredito ha portato a un aumento del livello dei debiti nelle comunità già impoverite.
La povertà è globalmente un grande business, che vale 33 miliardi di dollari all’anno tra piccoli prestiti “fino al giorno di paga”, carte di credito e microcrediti. Tra 1,2 e 1,5 miliardi di persone vivono ancora in stato di povertà e il microcredito è stato considerato da oltre 60 paesi come una solida strategia per la riduzione della povertà.
La ricerca “Microfinance and the business of poverty reduction”, pubblicata su Human Relations, si focalizza su tre villaggi del Bangladesh, indicatori di un più ampio trend mondiale, per vedere come il microcredito influenzi la routine quotidiana della povertà rurale e le scelte che la popolazione deve fare per restare economicamente a galla
La teoria dietro il microfinanziamento alle nazioni povere è quella di incoraggiare le abilità imprenditoriali, aumentare le attività che generano reddito e dare maggiore potere ai poveri. Tutto questo aumenterà, di conseguenza, l’accesso alla sanità e all’educazione. A ogni modo, la nostra ricerca racconta una storia ben diversa,” afferma la dottoressa Laurel Jackson della Western Sydney University’s School of Business.

Il Professor Bobby Banerjee della Cass Business School sostiene che le scoperte hanno mostrato che le vulnerabilità sono state inasprite dal fatto di avere richiesto dei prestiti in nome dell’autofinanziamento. Benché ci siano alcuni imprenditori che utilizzano il microcredito a loro vantaggio, la ricerca ha rivelato che la stragrande maggioranza dei poveri del terzo mondo non dispone delle abilità né della visione creativa necessarie per essere un imprenditore di successo. Giudica addirittura come “irragionevole e irrealistico” il fatto che i poveri del terzo mondo possano utilizzare i prestiti per prendere delle sagge decisioni commerciali che generino dei redditi sul lungo periodo. Inoltre sottolinea che l’incapacità di ripagare i debiti ha provocato “centinaia di suicidi tra i debitori in India”.
“Di conseguenza è necessario modificare il discorso sullo sviluppo basato sul mercato, cambiando la lente attraverso cui vediamo la riduzione della povertà. Non guardando dalla prospettiva dei fornitori, delle organizzazioni governative e delle ONG, ma dalla prospettiva di coloro che ricevono i microcrediti,” continua il Professor Banerjee.
Si potrebbero ottenere dei migliori risultati sociali ed economici se gli investimenti fossero destinati alla costruzione di ospedali e scuole, al supporto di attività locali che creino posti di lavoro e un introito stabile per i membri delle famiglie oppure un accesso più equo e giusto alla terra da coltivare. Lo studio conclude che la risposta potrebbe trovarsi in un approccio collettivista piuttosto che in un finanziamento individuale.
“Se le comunità impoverite vanno davvero dotate di maggior potere, dobbiamo fornire a tali comunità più opportunità per raccontare la loro storia e la loro situazione, in modo da rispondere alle loro reali esigenze. Fondamentalmente, possiamo iniziare a dare loro potere semplicemente ascoltandoli,” conclude la dottoressa Jackson.



Fonte: www.finanzaoperativa.com

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