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lunedì 25 aprile 2016

I numeri, il FMI e le speranze tornano a condannare il petrolio


Da quasi due anni il petrolio continua la sua discesa agli inferi, discesa che lo ha fatto precipitare dai massimi di giugno 2014 con 116 dollari al barile ai minimi di febbraio 2016 con 27 dollari al barile.

Usa e petrolio

Un trend che è stato intervallato da rally brevi e per lo più inconsistenti dettati da entusiasmi estemporanei che trovavano base su voci e speranze di un cambio di direzione dell’Opec (mai avvenuto) o di un calo di produzione da parte dei maggiori players statunitensi; finora, infatti, sembra essere stato questo l’unico fattore in gradi di smuovere le quotazioni del greggio Da una parte la tecnologia sembrava essere più veloce delle aspettative e di fronte alla possibile perdita di competitività e di introiti si è messa all’opera assicurando una massimizzazione ormai estrema della produzione alle società estrattive a stelle e strisce quelle più esposte al pericolo immediato di default che avrebbe, tra l’altro, trascinato con sè sia le banche statunitensi che quelle europee, finanziatrici di molti grandi nomi.

Ma anche la tecnologia ha un limite e a quanto pare, secondo i numeri rivelati dall’International Energy Agency (IEA) è possibile attendersi un crollo della produzione dei paesi estranei all’Opec pari a oltre 700mila barili entro il 2016. Questo il primo punto a favore di un rally, l’ultimo in ordine di tempo, che ha visto nell’ultima settimana un +8,3%.

Non è tutt'oro (nero) quello che luccica

Ma le trombe della vittoria potrebbero suonare per poco tempo.

A raffreddare gli entusiasmi ci pensano i rappresentanti del FMI che guardano invece ai rappresentanti dell’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio i quali hanno dato vita alla guerra dei prezzi per combattere l’avversario statunitense (da loro giudicato un concorrente sleale) e che invece potrebbero veder ritorcersi contro la loro stessa arma.
Questo perchè secondo il Fondo Monetario Internazionale i paesi mediorientali coinvolti nella produzione di petrolio, vedranno, a fine 2016, un Pil che in media non dovrebbe andare oltre 1,8% quasi la metà rispetto al 3,3% del 2015. Tradotto in cifre, i ricavi delle maggiori nazioni esportatrici di petrolio si sono ridotti di 390 miliardi di dollari nel 2015 e potrebbero oscillare, nel 2016, da un minimo di 490 a un massimo di 540 miliardi.

Il primo accusato sul banco degli imputati è, ovviamente, proprio il petrolio, risorsa sulla quale la maggior parte di queste nazioni ha basato la propria economia, cosa che invece gli Usa non hanno fatto per ovvie ragioni. In pratica i sei paesi dell’area mediorientale hanno creato un portafoglio poco diversificato che adesso, visti i risultati, dovranno gioco forza riorganizzare.
Una prima ripresa delle quotazioni potrebbe essere visibile solo entro il 2020 e porterà a un barile non oltre i 50 dollari. 

Le iniziative dell'Arabia Saudita per combattere la crisi

Da parte sua, intanto, l’Arabia Saudita ha fatto sapere che  progetta di vendere poco meno del 5 per cento del gigante petrolifero Saudi Aramco, attraverso un’Ipo che potrebbe valere oltre 2 trilioni di dollari.

Ad annunciarlo è stato il  principe ereditario Mohammed bin Salman. Una scelta che si unisce all'altra strategia, in realtà un precedente storico visto che non si è mai verificato nel passato, e cioè quello di emissione di bond da parte dei sauditi. La settimana scorsa, infatti, veniva confermata lda Ryad a notizia d
ella nascita del suo primo bond: inizialmente oscillante tra i 6 e gli 8 miliardi, è diventato poi di 10 vista la grande richiesta.

Tra le banche pronte al prestito ci sarebbero Jp Morgan, Hsbc e Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj.
Le quotazioni del greggio vedono i prezzi di questa mattina in calo: -1% con diffuse prese di profitto per via anche di un dollaro più pesante. Guardando i numeri il Brent scambia a 44,50 dollari il barile e il Wti a 43,06 dollari. 

Fonte: News Trend Online

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