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lunedì 18 aprile 2016

Fallito il vertice di Doha: nessun accordo sul petrolio

Da settimane si guardava al vertice di Doha (Qatar) tra le potenze produttrici di petrolio (sia quelle appartenenti all'Opec che quelle estranee) con la speranza che, almeno spinte dalla necessità, se non dagli interessi, riuscissero a trovare un accordo per permettere alle quotazioni del greggio di risalire. O per lo meno, nella peggiore delle ipotesi, di stabilizzarsi.
La speranza
Sì, perché le premesse della bozza che da qualche tempo circolava tra le delegazioni, vedeva solo un congelamento della produzione ai livelli già record di gennaio da mantenere fino a ottobre di quest'anno. Troppo poco per riuscire a riequilibrare l'anemica domanda nei confronti di un'esagerata offerta. E invece niente di tutto questo è successo: il summit di oggi si è concluso con un nulla di fatto. Nessun accordo, nemmeno minimo. Il No su tutti i fronti è arrivato dopo una mattinata in cui erano circolate voci di una bozza in fase di ritocco per eventuali particolari tecnici, particolari che invece si sono rivelati vere e proprie montagne impossibili da scalare anche per gli sherpa della diplomazia islamica. Infatti se all'inizio di tutta al guerra delle quotazioni c'erano le accuse dell'Arabia Saudita contro gli Usa (peraltro assenti al vertice) perché con la loro rivoluzione dello shale oil avevano inondato il mercato di materia prima, adesso il nemico pubblico numero uno di Ryad è diventata Teheran e la questione si sta consumando in una faida tutta interna ai paesi islamici. Infatti è per colpa dell'Iran, o per meglio dire delle tensioni nate tra la repubblica islamica e la monarchia saudita, che tutto il progetto, già di per sé estremamente fragile, è andato a monte.
In breve i fatti
Ryad aveva detto già da tempo che per riuscire a chiudere un accordo era necessario che tutti i paesi facenti parte dell'Opec (Teheran per prima) fossero d'accordo sul da farsi: dinamiche, livelli, quantitativi e tempistica. Ma mentre nei giorni scorsi la Russia aveva fatto intendere che un patto era possibile da raggiungere anche senza questa condizione, oggi l'Arabia è tornata a sottolineare questo particolare come imprescindibile per la sua firma. Il tutto mentre l'Iran non solo confermava quanto detto da diverso tempo e cioè che, tornata da poco sul mercato internazionale del petrolio, non aveva intenzione di ridurre minimamente la sua produzione, ma all'incontro non ha inviato la sua delegazione ufficiale composta, tra gli altri, dal suo ministro del petrolio, ma solo una rappresentanza comandata dal rappresentante in seno all'Opec.
I problemi dell'Opec
Una zavorra non indifferente per l'Opec che, ancora senza nessun accordo, continua a manifestare al mondo quel suo malessere interno che da tempo non è altro che un sintomo di una leadership ormai sulla strada del tramonto: troppa la concorrenza dei paesi estranei all'organizzazione, troppo eterogenei, invece, gli interessi delle varie nazioni che la compongono e soprattutto esacerbati gli squilibri di potere al suo interno con l'Arabia Saudita che può permettersi di fare il bello ed il cattivo tempo a discapito di chi, in questa guerra che sta andando avanti ormai da quasi due anni e che ha causato il crollo del 60% del prezzo del petrolio e il taglio, da parte delle grandi società, non solo dei progetti di ricerca e trivellazione sui nuovi giacimenti, ma anche su posti di lavoro e stipendi, oltre che, allargando la visuale delle conseguenze, deficit nei conti delle nazioni che, come il Venezuela o la stessa Arabia Saudita, fondano la maggior parte della propria economia sulle entrate del petrolio. Una situazione che è stata gestita, per forza di cose, diversamente da ogni singola nazione ovvero tra chi, come Ryad può sfruttare un costo di produzione tra i più bassi al mondo e quindi riuscire a guadagnare anche con un petrolio a 10 dollari e chi, invece, ha dei costi più alti che comprendono anche spese extra come quelle di purificazione della materia prima estratta, come il Venezuela, nazione che, tra le altre cose, deve affrontare anche una vera e propria crisi sociale.


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