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lunedì 18 aprile 2016

Ecco di quali rischi devono preoccuparsi gli obbligazionisti


I tassi negativi in area euro sono un problema ma a fianco se ne avvertono tanti altri per chi investe in bond. Li analizziamo uno per uno.

Il primo è che il Bund a 10 anni passi al segno meno

Sarebbe certamente la conseguenza della politica monetaria della Bce, ma se il titolo di Stato di Berlino passasse dagli attuali 0,10/0,15% di rendimento al segno meno, l’effetto risulterebbe dirompente dal punto di vista psicologico, scatenando probabilmente reazioni pesanti da parte non solo della finanza e della politica tedesche ma anche nel resto d’Europa.

Il significato apparirebbe quello di un sistema incapace di riprendere fiato, con la conseguenza che le già scarse speranze di rivedere inflazione svanirebbero. Gli attacchi a Draghi prenderebbero ancor più forza e la ridotta fiducia negli interventi della Banca centrale sfumerebbe a poco più che nulla.
Di tutto quello che può succedere è questo il rischio maggiore per chi detiene obbligazioni, il cui peso salirebbe ulteriormente da un punto di vista delle quotazioni ma non di valore intrinseco. Il timore infatti è che il mercato diventi ancor meno liquido, scatenando una bolla, vera paura paventata da tanti ma taciuta da tutti.

Il secondo riguarda l’incertezza della Fed

Tema noto, anzi ultranoto, ma c’è un aspetto di cui non si tiene conto.

Di solito nel cosiddetto “semestre bianco”, che precede le elezioni presidenziali negli Usa, la Fed non ha quasi mai aumentato i tassi. Non è una regola fissa, ma viste le insicurezze della Yellen si può pensare che questa volta la prassi sarà confermata solo in parte.
L’ultimo indice sulla fiducia dei consumatori del Michigan (termometro forse sopravalutato dagli analisti) è negativo, così come quello della produzione industriale (-0,6% a marzo). Il tasso di inflazione allo 0,9%, sempre a marzo, è in calo rispetto ai due mesi precedenti, ma in netto incremento in confronto allo stesso periodo 2015.

I titoli di Stato “inflation linked” hanno ripreso a salire, sebbene l’incertezza sia tanta. Il rendimento del 10 anni lo conferma: resta sull’1,8%, poco sopra i minimi. Non sconta aumenti dei tassi e ciò mette inspiegabilmente ancor più ansia in chi detiene bond a lunga scadenza e in chi non sa se puntare oppure no sul dollaro, con il dubbio di sempre: vendere o comprare? La risposta non c’è e la contraddittorietà dei segnali prosegue. 

Il terzo si chiama “Brexit” e coinvolge l’euro

Mettiamo che la Gran Bretagna esca dall’Unione europea o – meglio – ridiscuta pesantemente le condizioni dell’adesione.

L’effetto? Danimarca, Polonia, Ungheria, e Bulgaria, per citare i maggiori Paesi dell’area ma extra euro, partirebbero a loro volta con proprie rivendicazioni, mentre altri della zona euro potrebbero reagire. E’ pertanto evidente che per la moneta unica i tempi non sono facili, stretta in questa morsa.
L’Euro Index, indice della forza rispetto a quattro altre grandi divise mondiali (dollaro, sterlina, franco svizzero e yen) malgrado tutto tiene, attestandosi sul livello di galleggiamento dei 90. Gli indicatori dicono però di vendere e molti analisti sono della stessa opinione. Negli Usa il giudizio per l’euro è “sell”, confermato dal fatto che negli ultimi giorni se n’è vista una debolezza rispetto a varie monete.

Per l’obbligazionista questa potrebbe essere un’ulteriore occasione di diversificazione, ma l’incertezza sembra restare elevata, anche perché se la Gran Bretagna bocciasse invece il referendum un rafforzamento dell’euro (salvo sulla sterlina) sarebbe inevitabile.

Il quarto: gli emergenti hanno forse corso troppo?

L’ultimo rischio riguarda proprio le emissioni nelle valute emergenti, di cui i portafogli degli italiani sono abbastanza ricchi: rublo russo, real brasiliano e rand sudafricano hanno corso tanto.

Sono giunti al traguardo? L’analisi tecnica dice di no, ma in tutti i relativi casi sono piuttosto i contradditori sottostanti fattori politici ed economici a ridare fiato a monete troppo debilitatesi in precedenza. In realtà la vera spinta ha un'altra origine: le incertezze della Fed hanno riversato su tali divise qualcosa come 40 miliardi dollari.
Andati ad acquistare soprattutto bond. Se la Yellen desse una scossa all’albero della cuccagna “low interest rates” in buona parte rientrerebbero nelle casse d’origine, con una reazione a catena sulle valute. Ecco che si ritorna quindi al discorso iniziale: che sia Fed o sia Bce, i fattori predominanti di indecisione si muovono attorno alle politiche monetarie delle Banche centrali.

Agli obbligazionisti non resta quindi che bersi un bel caffè e attendere le soporose conferenze stampa degli strateghi di un monetarismo incapace di dare risposte concrete ai problemi. 
Fonte: News Trend Online

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