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giovedì 21 aprile 2016

Dopo Doha il petrolio sale invece di scendere. Perchè?


Dopo il meeting di Doha le prospettive sul petrolio apparivano a dir poco dubbie. Soprattutto quelle dell'Opec ormai divisa tra dissidi interni e perdita di prestigio ed autorità internazionale.

La sorpresa che arriva dal petrolio

Ma il greggio a quanto pare non cessa di stupire e dopo quasi due anni che sorprende in negativo con cali continuati che hanno portato il barile a toccare anche i 27 dollari a febbraio, adesso ha deciso di beffarsi nuovamente delle previsioni che lo volevano in crollo dopo il nulla di fatto del vertice in Qatar.

A dare una mano, inattesa, è arrivato un fattore quasi sconosciuto nell'ambiente, lo sciopero dei lavoratori nel settore petrolifero del Kuwait, sciopero deciso contro i tagli dei salari decisi dalle compagnie petrolifere per combattere la crisi del prezzo. Un evento che ha permesso alla produzione di scendere durante il primo giorno di protesta, da 3 milioni a 1,1 milioni di barili mentre nei successivi è stata assicurata a un minimo di 1,5 milioni.
Una flessione dell'output che ha permesso di evitare il crollo ma che non è stato di lunga durata. Ieri è stata annunciata la fine dello sciopero con conseguente diminuzione delle quotazioni. Ma a questo punto è arrivato il secondo aiuto insperato, il dato sulle estrazioni statunitensi in calo di altri 24 mila barili la settimana scorsa.

Con un dato pari a 8,95 milioni di barili, il minio da ottobre 2014.

Le difficoltà di approvvigionamento

Ma il rialzo del petrolio è attribuibile all'attenzione che ora gli operatori danno alle altre difficoltà di approvvigionamento sparse in giro per il mondo.
Mentre la Libia, in fase di riassestamento del proprio governo e in lento (molto lento) recupero del controllo del proprio territorio, potrebbe tornare facilmente a rifornire il mercato in maniera relativamente più stabile, altre zone come il Mare del Nord e la Nigeria iniziano a dare segni di debolezza.

Ed è appunto questo il fattore sempre più determinante: se la volontà politica non è riuscita a risolvere il problema, a farlo potrebbe essere la carenza produttiva, la vera e sola strada per riequilibrare il rapporto tra uan carente domanda e un'offerta sempre più abbondante.

Chi in questo caso verrà meno?

I dati sembrano indicare gli Usa come il prossimo protagonista e cioè la nazione con un calo della produzione più evidente: numeri alla mano si parla di 600mila barili in meno dai picchi dello scorso anno mentre i fallimenti delle società di estrazione nate sull'onda dell'entusiasmo da shale oil potrebbero continuare.

Intanto il Dipartimento dell'Energia Usa stima un calo onshore pari a 950mila barili per la fine di quest'anno. A tutto vantaggio dei prezzo del greggio ma con i pericoli annessi e cioè quelli riguardanti l'esposizione delle banche che a suo tempo prestarono capitali a chi adesso non è in gradi di risarcirli ma anche a chi, da anni, lavora e con ogni probabilità rischia il posto di lavoro.



Fonte: News Trend Online

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