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mercoledì 20 aprile 2016

Crisi del petrolio: Arabia nei guai


La crisi del petrolio che si sta trascinando da quasi due anni ha messo nei guai tutti i paesi che lo producono e, ancora di più, quelli che sul petrolio avevano basato gran parte, se non tutta la loro economia.

Chi sale e chi scende

Come nel caso di Arabia Saudita e Venezuela.
ovviamente con le dovute distinzioni. Sì, perchè a volte il passato torna utile e una sapiente gestione delle risorse può diventare una manna quando proprio queste risorse si trasformano in una pericolosa bomba ad orologeria. E Ryad e Caracas ne sono l’esempio. Una nazione come il Venezuela che letteralmente naviga sul petrolio, è famosa per essere stata in grado di sperperare questa risorsa sfruttandola come merce di sostegno per i paesi dell’area caraibica, come strumento per finanziare la corruzione politica mascherata da rivoluzione chavista, e soprattutto per foraggiare piani di assistenza sanitaria e sociale che dietro erano in realtà vere e proprie misure di assistenzialismo disorganizzato e creato ad hoc per ottenere l’appoggio popolare senza dover ricorrere a riforme del sistema sanitario, pensionistico, fiscale e lavorativo tanto necessarie quanto politicamente scomode.

L'esplosione della crisi

Non solo, ma proprio nel settore petrolifero i vertici del governo Venezuelano hanno sempre evitato di fare investimenti e ottimizzazioni tecniche, ignorando che il prezioso petrolio di cui hanno grande abbondanza, è in realtà un prodotto troppo pesante per lo sfruttamento diretto e che necessita di un’ulteriore raffinazione, tutti passaggi che ne aumentano il costo.
Ecco che allora, arrivata la crisi del greggio imposta da Ryad, le cose sono letteralmente precipitate facendo esplodere le tante debolezze economiche, sociali e soprattutto politiche del paese. Intanto il ministro del petrolio del Venezuela, Eulogio Del Pino, teme ancora un ulteriore crollo dei prezzi del greggio dopo il fallimento del meeting di Doha, incontro che avrebbe dovuto sancire un accordo quantomeno per congelare ai già alti livelli di gennaio l’output dei maggiori produttori di greggio a livello mondiale, sia interni che esterni all’Opec, l’organizzazione dei paese esportatori di petrolio.

Per questo motivo il prossimo appuntamento del 2 giugno, con la prossima riunione dell’Opec cui sono invitati anche altre nazioni produttrici, diventa particolarmente importante per eventuali nuovi sviluppi. 

I "vantaggi" di Ryad

Da parte sua, invece, Ryad ha avuto un margine di vantaggio superiore dal momento che in passato è riuscita a organizzarsi meglio, complice anche un appoggio da parte degli Usa che hanno reso il paese della monarchia saudita una sorta di comodo avamposto dello zio Sam.

Non solo, ma da un punto di vista morfologico ha potuto sfruttare anche una materia prima migliore, più leggera oltre, tra le altre cose,  a una serie di tecnologie estrattive e infrastrutture che le permettono di ottimizzare la resa e di avere costi di produzione più bassi. ma nonostante tutto questo anche l’Arabia Saudita è stata vittima della sua stessa politica pericolosa di far crollare i prezzi del petrolio, tanto che proprio questo ha portato la monarchia a dover adottare misure di austerity e privatizzazioni per la prima volta nella sua storia.

Non solo ma arriva la notizia della nascita del suo primo bond: inizialmente oscillante tra i 6 e gli 8 miliardi, è diventato poi di 10 vista la grande richiesta. Tra le banche pronte al prestito ci sarebbero Jp Morgan, Hsbc e Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj


Fonte: News Trend Online

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