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giovedì 28 aprile 2016

Banche italiane al collasso: soluzione FED


Il futuro del sistema bancario, non solo italiano, è minato da molteplici insidie e incertezze. Il settore finanziario che fino al 2007 godeva di solidità e forza politica, basandosi anche sul principio “too big to fail”, ha visto sgretolare le proprie fondamenta aggrappandosi alla speranza delle Banche Centrali che hanno teso una mano per evitare il pericolo, per ora, della caduta dal precipizio di tutto il sistema. Quali sono queste insidie mortali per il sistema?
1. L’introduzione del bail–in a gennaio 2016, con anticipo delle quattro risoluzioni bancarie a novembre 2015, preceduta negli anni dagli schemi rigidi di Basilea che imponevano requisiti impegnativi per chiedere la concessione dei prestiti da parte delle imprese
2. Crisi del mercato immobiliare e non solo dal 2008 ad oggi (subprime, crisi Grecia, spread Btp a 570 bp, trappola liquidità globale, crisi Paesi Emergenti, prezzi materie prime in caduta)
3. Tassi a zero o negativi che hanno eroso il margine di interesse dei bilanci bancari con paradossi come quello rappresentato da una banca danese che ha pagato gli interessi al mutuatario.
4. La fusione tra tecnologia e finanza indebolisce il monopolio bancario con fenomeni quali il “peer-to-peer lending”, ossia prestarsi il denaro tra privati tramite internet saltando il canale bancario, oppure i robo-advisor, piattaforme automatizzate che sostituiscono l’uomo nel processo di consulenza finanziaria. Sono meccanismi di erosione dei margini di intermediazioni delle banche che non sanno più come fare profitti e, soprattutto, margini.
5. La legislazione europea con i suoi vincoli di bilancio. E’ in discussione se inserire dei vincoli al quantitativo di titoli di stato (Btp) nel portafoglio delle banche. Questa esigenza nasce in seno all’Unione Europea e all’Unione Bancaria dopo il recente circolo vizioso: la Bce dà soldi alle banche a tassi bassissimi, le banche comprano titoli di stato e puliscono i bilanci con plusvalenze abbassando i rendimenti dei titoli di stato (= meno costi per i singoli paesi e Governi per finanziarsi). E al privato di quei soldi cosa arriva? Nulla. Però, come sottolineato da Draghi, una volta ripuliti i bilanci ora i soldi devono arrivare all’economia reale.
 
Senza entrare nel merito delle obiezioni avanzate dalla Germania,  contrastate da altri paesi europei quali l’Italia, è possibile trovare dei sistemi di aggiustamento automatico ad una situazione perversa ed egoistica della questione, senza imporre vincoli rigidi castranti. Come?
1. Creare, sotto la guida della Bce e dell’Eurogruppo, un Fondo Europeo del Debito (FED) dove, ogni volta che un paese emette debito, destina il 50% al fondo in questione.
2. Ogni volta che una banca vuole sottoscrivere/comprare debito del proprio paese per 100 (es.: Unicredit compra btp) sarà obbligata a sottoscrivere/comprare una somma equivalente alla metà, quindi 50, del FED, quindi comprando titoli di stato degli altri paesi europei spalmando pro-quota la somma di 50 su tutti i titoli di stato compresi nel fondo, con quota di partecipazione uguale.
3. Se un paese ha difficoltà a raccogliere capitali ed emette quindi basse quantità di debito, vedi ad esempio la Grecia, con questo meccanismo ha quasi la certezza che il 50% dell’emissione vada a buon fine e sia presente il proprio debito nei portafogli di tutte le altre banche europee con effetto di abbassare i tassi di emissione visto che il meccanismo garantisce il collocamento del 50% dello stock. Paesi ad alto standing creditizio come la Germania, con alte masse di debito richiesto, potrebbe invece tornare a tassi non negativi del Bund. Il meccanismo potrebbe spalmare omogeneamente  il rischio paese tra tutti i membri dell’Unione e quindi abbassare i rischi di default (tassi di interesse finalmente convergenti in tutta la zona) portando i tassi verso la normalità con qualche piccola speranza anche di vedere un focolaio di inflazione positiva che piano, piano si avvicini all’obiettivo del 2%.
 
Forse la soluzione proposta è inapplicabile ma il concetto fondamentale è che i parametri comuni europei debbano puntare ai benefici comuni con regole uguali per tutti. I vincoli di bilancio rappresentano forzature e ostacoli rigidi alla crescita comune, andrebbero invece cercati dei parametri di crescita e sviluppo comune proattivi dove da ogni singola azione di un paese nasca un piccolo beneficio per glia altri, una leva dell’efficienza e della solidarietà. Solo così l’Europa avrà un futuro, è necessario cambiare l’ottica e gli obiettivi per il bene comune…non solo a parole!
 
Guido Gennaccari
info@tradingroomroma.it

Fonte: www.tradingroomroma.it

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