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martedì 22 marzo 2016

Settimana tranquilla condizionata dalle vacanze pasquali


Al rientro da una settimana di black out, mi viene il sospetto che l’outcome del G-20 di Shanghai di 3 settimane fa, sia stato, alla fine, assai meno astratto e retorico di quanto osservabile  sulla base dei comunicati stampa.
Ai tempi, molti osservatori avevano ritenuto che gli accenni ad una coordinazione delle politiche monetarie e fiscali (”We will consult closely on exchange markets” ; “we will not target our exchange rates for competitive purposes”) fossero troppo generici e indeterminati per costituire un cambio di stance.
Eppure, nelle  3 settimane successive abbiamo visto:
  • L’ECB virare distintamente verso il credit easing, sottolineando che la  leva dei tassi (e quindi la svalutazione) hanno in sostanza esaurito lo spazio in questa fase.
  • la BOJ astenersi dal intervenire ulteriormente sul policy mix, nonostante lo yen scambiassee sui massimi da 15 mesi contro $
  • La FED segnalare un ulteriore rallentamento del percorso di normalizzazione dei tassi, mostrando un’insolita attenzione per gli sviluppi finanziari globali e un’inedita rilassatezza nei confronti dell’inflazione.
  • La PBOC, per contro, tagliare la  riserva obbligatoria subito dopo il  summit, incrementare le  iniezioni di liquidità, ma soprattutto gradualmente rafforzare lo yuan
E’ difficile scacciare l’impressione che a Shanghai abbia avuto luogo un “grand bargain” tra i leaders, per abbassare la volatilità sui cambi che tanto sta danneggiando il sentiment globale.
In soldoni, la Cina si sarebbe impegnata a intensificare gli sforzi per stabilizzare divisa ed economia.

In cambio avrebbe ottenuto dagli USA una politica monetaria più accomodante, e di conseguenza un dollaro meno forte (circostanza che giova non solo al gigante asiatico, che mantiene di fatto un peg col biglietto verde, ma tutti gli emergenti), e dall’Europa  e dal Giappone un freno alle svalutazioni competitive.
Un ritrovato equilibrio sui cambi eventualmente riduce una delle leve di politica monetaria, la  più rapida, in quanto sottrae domanda ai competitors ed esporta deflazione.

D’altro canto, elimina una fonte di volatilità, e, ponendo un freno al rally del $ contribuisce a ridurre la pressione sulle commodities e con essa le spinte disinflattive. E restituisce credibilità alle banche centrali.
Su queste basi, non sono troppo sorpreso di trovare l’azionario US positivo da inizio anno (dopo esser stato in negativo di oltre il 10 % tra gennaio e febbraio) e l’indice MSCI Emerging (a sua volta + 4% year to date) su del 20% dai minimi di gennaio.
Comprensibilmente meno brillanti l’Europa, che soffre la forza dell’€, e il Giappone, che non ha nemmeno beneficiato di un aumento delle misure di easing.
Venendo alla giornata odierna, la seduta asiatica, orfana di Tokyo per festività, ha visto Shanghai nuovamente in denaro.

Tra i catalyst, l’allentamento delle misure di controllo sul margin debt, che hanno offerto  supporto in particolare ai brokers. Sorprendentemente ignorati i moniti del  Governatore PBOC Zhou Xiaochuan sull’eccessivo leverage nei corporate cinesi. Va detto che il Governo, nella persona del vice premier Zhang Gaoli, ha mostrato un insolito (per  i tempi) ottimismo,  sostenendo che “vi sono segni di miglioramento nell’economia, mentre i flussi di capitali in uscita si stanno attenuando”.

Meno esuberanti gli altri indici tra cui spicca comunque un India in spolvero.
Un petrolio in scarsa vena fino a metà mattinata ha imposto un po’ di volatilità  ad una borsa europea il cui vero problema  sembra essere la prospettiva di un ulteriore svalutazione dell’€ una volta che la  divergenza di politiche monetarie (sui tassi) tra FED ed ECB si è  parecchio ridotta.
In realtà, c’è sempre il (recentemente incrementato) QE ECB a tenere in scacco la  divisa unica.
Ma attualmente il focus è sul credit easing, e pochi ricordano che il  QE, alla fine, crea base monetaria. Inoltre, vi è la coda dello smontamento delle posizioni su cambio messe in piedi dagli investitori, quando si pensava che  la Banca Centrale Europea non avesse altra scelta che proseguire sulla strada percorsa negli ultimi trimestri, e  che la FED avrebbe mantenuto lo status quo.
Parlando di credito, Deutsche Bank osserva che, grazie all’avvento del credit  easing,  le emissioni di aziende europee non finanziarie con rating investment grade (ergo quelle idonee all’acquisto da parte dell’ECB) occorse nell’ultima settimana costituiscono 1/3 di quelle di tutto il  2016.

L’orgia di nuove emissioni  ha portato il corrente anno a scalare la classifica, ritrovandosi ad essere in terza posizione dopo 2009 e  il 2015 per offerta di primario a questo punto dell’anno, mentre a febbraio occupava il gradino più basso post crisi.  Prendiamolo come un segnale che le  misure ECB stanno già  impattando.
Come corollario, osserverei che anche il flusso di revenues da primario e secondario per le principali banche europee dovrebbe beneficiarne.

Un aiuto per i bilanci zoppicanti dopo 2 mesi avari.
Difficile dire cosa abbia causato la price action erratica mostrata dagli indici europei nella seduta odierna. Se a metà mattinata sembrava un buon esordio di settimana, nel pomeriggio i principali mercati sono tornati in rosso, ad eccezione di una Milano sorretta dalla buona vena delle banche locali.
Il clima incerto, eventualmente dovuto anche alla settimana corta (venerdi è festa più  o meno ovunque) che invita alla vacanza, ha inizialmente contagiato Wall Street che però dopo la chiusura europea, complice il recupero dell’oil, si è riportata in positivo e al momento fa, sia pur di poco, i nuovi massimi dell’anno.
Dal punto di vista tecnico, l’S&P 500 ha praticamente raggiunto, senza nemmeno impiegare troppo tempo, il target del doppio minimo segnato a gennaio e febbraio.

La presenza dell’area di volumi relativa alla congestione di fine 2015 e un RSI che inizia a segnalare ipercomprato dovrebbero produrre per lo meno un consolidamento, se non prese di beneficio. Detto questo, il ritorno in positivo per l’anno potrebbe produrre flussi d’acquisto da parte di quegli invesitori istituzionali che mal sopportano performance negative a fronte di ritorni positivi dell’indice, e  si trovano costretti a rincorrerlo.
Vedremo.
L’Eurostoxx avrebbe tecnicamente maggiore spazio, almeno fino alla media mobile a 200 giorni (livello 3260). ma deve uscire dalle sabbie mobili dell’attuale consolidamento.
Sul fronte dati, la  settimana prende vita domani con i PMI manifatturieri e servizi preliminari di marzo in Europa (dove si avrà anche l’IFO tedesco), e solo quelli manifatturieri Giappone e US.

Mecoledi abbiamo solo le new home sales  in US mentre giovedi abbiamo i PMI servizi di marzo  e i durable goods di febbraio in US e l’ECB bulletin in Europa. Venerdi è festa ma abbiamo comunque la revisione finale del GDP US del  quarto trimestre.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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