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martedì 29 marzo 2016

Riaprono i mercati: petrolio e dollaro sotto controllo


Piazza Affari riapre i battenti dopo la pausa di Pasqua e già si guarda ai prossimi protagonisti sui mercati internazionali, primi fra tutti i governatori delle banche centrali.

La situazione dopo Pasqua

L'inizio della settimana, che in Europa è coincisa con la festività della Pasquetta, ha registrato un indebolimento dello yen che ha favorito la Borsa giapponese, particolarmente esposta all'export, anche se l'attenzione di tutti si concentra sulle parole dei vari rappresentanti della Fed i quali, sempre più numerosi, stanno reclamando a gran voce un inasprimento del costo del denaro sulla scia dei sempre più positivi dati provenienti dal mondo dell'economia.

Una situazione che vede il numero uno della banca centrale a stelle e strisce, Janet Yellen, doversi districare tra le paure di quanto in realtà sta avvenendo sul panorama della produzione made in Usa (con i profitti industriali in forte calo), del lavoro e dell'inflazione (in diminuzione e con un rafforzamento del biglietto verde) e quanto invece gli richiedono i vari governatori e cioè inasprire i tassi di interesse.
La prima intenzione, quella fatta trasparire nella conferenza stampa di dicembre durante la quale venne annunciato anche lo storico rialzo dello 0,25% sui tassi, cosa che mancava oramai da un decennio, era un cammino che avrebbe costellato questo 2016 di 4 ritocchi, tanto da far arrivare il risultato finale a un 1%.

Il cambio di rotta

Purtroppo, complici i dissesti realizzatisi sui mercati all'inizio dell'anno e le aumentate incertezze amplificatesi nel primo trimestre con un petrolio sempre più in calo e una Cina sempre meno in gara, Janet Yellen e soci sono stati costretti a mettere le mani avanti arrivando a pronunciare frasi per molti versi allarmanti, e che facevano trasparire decisioni che avrebbero potuto includere persino l'adozione di tassi negativi da parte della Fed, sulla scia di quanto sta avvenendo sia sul fronte europeo con la Bce sia, da qualche tempo, su quello nipponico con la Bank of Japan.

A questo punto il focus non è più sulla quantità di strette ma sul timing che il board della Federal Reserve deciderà di adottare: aprile è il prossimo appuntamento in calendario ma è privo di una conferenza stampa, cosa che sarebbe necessaria per illustrare nei particolari tecnici le decisioni ed evitare reazioni isteriche sui mercati, anche in nome delle norme sulla forward guidance che la stessa Fed si è posta come faro per comunicare le sue intenzioni al pubblico e soprattutto agli investitori.

Difficile che effettivamente le scelte arrivino a un livello di concretezza tale già nella prossima riunione, più ovvio che, invece, vengano date indicazioni sulle future intenzioni.
I numeri che arrivano dall'economia Usa sono ancora contrastanti: i prezzi al consumo di febbraio hanno visto un +1% su base mensile contro l'1,2%di gennaio, cifre che, togliendo il fattore energetici/alimentari diventa +1,7% su base annua.

Il petrolio

Resta aperta, a livello internazionale, la questione del petrolio, in rialzo dell'1% per il Wti e dello 0,45% per il Brent, una spinta che nasce più che altro grazie alla chiusura di 15 pozzi di petrolio negli States, un piccolo tassello nel complesso puzzle dell'ottimismo, per molti forzato.

Troppe le zavorre che appesantiscono, soprattutto sul lungo periodo, la vsione degli esperti, zavorre davanti alle quali il piccolo dato Usa può ben poco. Sotto pressione è infatti tutta la struttura del settore con le grandi compagnie petrolifere che ormai da tempo stano ridisegnando a più riprese i propri progetti e i pani di investimento con priorità che ogni volta vengono ridimensionate.
Nello specifico, oltre ai tagli sui progetti, le grandi società mondiali si stanno muovendo evitando di ricreare le scorte, passaggio ormai antieconomico preferendo invece potenziare quanto già in essere sui campi di estrazione evitando invece di battezzare nuove imprese di esplorazione, voce particolarmente costosa, soprattutto se rapportata ai livelli di rischio, ormai alti rispetto al potenziale ritorno.

Nel passato la volontà era esattamente l'opposto: un petrolio costoso invogliava a investire per trovare nuovi giacimenti ma, una volta scoperti, adesso con quotazioni minime, la volontà di perseguirne altri viene meno. Cosa significa questo? Con ogni probabilità i tagli di oggi porterano a un'impennata dei prezzi domani, quando ci sarà (forse) una contrazione dell'offerta in seguito alle decisioni prese in queste circostanze.
Quello che però non si riesce ad individuare, in parole povere, è il “quando” ovvero il tempo in cui le abbondanti scorte potranno essere smaltite.

Fonte: News Trend Online

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