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martedì 29 marzo 2016

Le convertibili vanno sempre bene, ma ancor meglio con gli Etf


L’incertezza dei mercati si traduce in forte volatilità sia per le azioni sia per le obbligazioni, ma trova un compromesso in una classe che si colloca a metà fra le une e le altre, ovvero nei bond convertibili, che consentono al detentore di rimanere creditore oppure di trasformarsi, a certe scadenze, in azionista, secondo un rapporto di cambio predeterminato dalle condizioni di emissione.
Un asset molto utilizzato dagli istituzionali ma per nulla dai piccoli investitori. Il motivo è presto spiegato.

Quelle poche su Borsa Italiana

Deriva dal fatto che sono obbligazioni scarsamente prese in considerazione dagli emittenti di casa nostra, al contrario di quanto avviene in altri mercati.

Su Borsa Italiana ne sono quotate una quindicina, ormai prevalentemente riferite a società attive anche nell’ambito dei cosiddetti “minibond”. Si tratta di titoli dai piccoli importi in circolazione, con la sola esclusione del Sias (Società Iniziative Autostradali e Servizi), emesso nel 2005 e con cedola 2,625%, a scadenza 2017, i cui scambi risultano abbastanza significativi.
Alcuni importanti gruppi italiani sono presenti comunque con convertibili su listini stranieri, proprio per sfruttare la più rilevante liquidità di altre piazze europee. Un’occasione in sostanza persa? No, perché l’industria finanziaria ha provveduto negli ultimi anni a realizzare vari strumenti con sottostanti obbligazioni di tale tipo, utili per giovare della cosiddetta “sincronizzazione automatica”, caratteristica tipica di tali bond.

Consiste nell’attenuare la propria sensibilità all’andamento dell’azionario quando i mercati calano e nell’accelerarla quando salgono. Si adattano quindi bene a quasi tutte le condizioni, con una volatilità media più bassa rispetto alle azioni e alle obbligazioni soprattutto ad alta cedola, quali le “high yield”. 

Quelle tante su Borse estere

Molto più numeroso il fronte delle emissioni di tale tipo presenti sulle maggiori Borse europee, con nomi di rilievo, quali Adidas, AirFrance, Alcatel, Axa, ArcelorMittal, Banco Santander, Credit Agricole, Iberdrola, Michelin, Orange, Siemens, Telefonica, Total e Veolia.

E’ evidente la prevalenza di società francesi e spagnole, relativamente all’area euro, ma il contesto si amplia notevolmente considerando altre valute, quale sterlina inglese, dollaro statunitense (mercato ricchissimo di proposte) e dollaro canadese. Un mondo molto esteso e che meriterebbe maggiore attenzione, con l’ostacolo però che quasi tutti sono titoli non trattabili mediante le tradizionali piattaforme di trading. 

Fondi specializzati, una sessantina

La possibilità di replicare questo sottostante si limita quindi all’acquisto di fondi ed Etf: sul primo fronte l’offerta è notevole, ma prevalentemente riferita a società di gestione di secondo piano.

Fra i big segnaliamo la presenza di Franklin Templeton, M&G, Mediolanum e Schroder, con fondi in euro e in dollari e con strategie dinamiche o conservative. I rendimenti negli ultimi anni sono stati mediamente elevati, con una correzione solo nella prima parte del 2016, sebbene nettamente minore rispetto a quella dei mercati azionari.
Nella maggior parte dei casi i sottostanti preferiti si riferiscono alle convertibili statunitensi, dalle cedole piuttosto contenute ma dalla rilevante liquidità.

Etf, solo due ma da preferire

La seconda alternativa è quella naturalmente degli Etf. Alla nostra Borsa è quotato dalla primavera dello scorso anno l’Spdr Global Convertible Bond Etf (Isin IE00BNH72088), che replica un indice composto da un paniere di obbligazioni convertibili emesse da società sia dei mercati sviluppati sia di quelli emergenti.

Sono esclusi dall'indice bond con obbligo di conversione a scadenza, perpetual bond o di tipo “preferred shares”. I titoli non hanno requisiti minimi né vincolo di rating, che fra l’altro in alcuni casi non è disponibile, data la particolare tipologia di strumento.
E’ prevista la distribuzione di dividendi. Attenzione però al fatto che la valuta di denominazione è il dollaro Usa, con inevitabile rischio cambio. La performance da inizio anno è negativa del 4,4%, risultato soddisfacente considerando il quadro generale dei mercati. La “sincronizzazione automatica” – cui si accennava prima – ha funzionato bene, così come è abbastanza regolare il flusso degli scambi, sebbene modesto.

Gli Usa contano per il 45% del portafoglio, mentre la Francia lo è al 10%, seguita – a sorpresa – dalla Cina, con il 9%. Se si vuole puntare invece solo sul mercato europeo segnaliamo che alla Borsa di Francoforte è quotato l’UC Thomson Reuters Balanced European Convertible Bond Etf (Isin LU1199448058), emesso dalla controllata tedesca HypoVereinsbank di Unicredit.
Di tipo con sottostante a replica “swap based”, ha registrato una perfomance negativa da inizio anno del 4,6%. I due Etf dimostrano una volatilità mediamente bassa, confermando il ruolo per cui devono essere presi in considerazione da investitori a rischio non elevato come integrazione di portafogli basati soprattutto su distribuzione di cedole e dividendi.

I vantaggi di preferire fondi ed Etf sono evidenti e numerosi, ma fra tutti i più importanti sono quelli di evitarsi di valutare la convenienza o meno del prezzo di acquisto delle singole convertibili, legato alle tante variabili della trasformazione, e soprattutto di sottrarsi ai calcoli per esaminare l’alternativa  del posizionarsi sull’equivalente azione della stessa società. 
Fonte: News Trend Online

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