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martedì 1 marzo 2016

In attesa della Bce: strategie da seguire se delude o convince


Le attese per la riunione del 10 marzo della Bce salgono e con loro anche le prospettive di ripresa o meno dei mercati.

Europa tra dubbi e speranze

Infatti sono proprio loro che fino ad oggi hanno ricevuto dalle banche centrali rassicurazioni e misure di incoraggiamento sempre più concrete e, almeno nelle parole, sempre più forti.
Ma adesso la fiducia sta venendo meno per più di un motivo. I famosi nodi che dovrebbero arrivare al pettine sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento degli investitori che guardano ai fondamentali ancora deboli e che a un anno dal varo del primo QE europeo ancora non vedono i grandi vantaggi che si era riproposto di portare.

Il tutto nonostante il petrolio a basso costo che avrebbe potuto aumentare il potere d’acquisto dei consumatori i quali, però, continuano a restare freddi aiutati da una deflazione sempre più incisiva a differenza del QE.

Valgono ancora le buone intenzioni?

Ma come spesso accade quando si hanno tante, troppe attese verso un evento, tutto potrebbe finire direttamente con una delusione.
La stessa che, è bene ricordarla, si è avuta circa tre mesi fa quando lo stesso Draghi decise di riservare nuove manovre in caso di peggioramento futuro della situazione, quasi intuendo che il peggio, allora, doveva ancora venire. Per questo motivo adesso in molti lo attendono al varco e altrettanti guardano con sospetto a ciò che potrebbe dire; infatti il primo pensiero va alle misure di sostegno che finora hanno diretto il mercato, ma il secondo si dirige immediatamente alla conseguenza più immediata e cioè alla domanda “Fino a quando si potrà continuare con la somministrazione del doping? E questo avrà e quando reale efficacia?”.
Facile perciò intuire che l’organizzazione del portafoglio si divide tra due opzioni: delusione ed entusiasmo.

Cosa fare nel primo e nel secondo caso?

Prima di tutto è bene sottolineare che a prescindere dal risultato finale il primo fattore di protezione contro l’incertezza è la liquidità che dovrà essere sempre presente sebbene gli analisti fanno ondeggiare la sua percentuale all’interno di un portafoglio di medio rischio, al 30%.
Partendo poi da un portafoglio equamente diviso tra azioni e bond nel caso in cui il buon Mario dovesse accontentare i mercati allora si dovrà aumentare la porzione di azionario fino a farle raggiungere il 65%, secondo Scm Sim preferendo l’area europea, per ovvi motivi oltre al fatto che è di per sè più a buon prezzo.

Non così entusiasta invece l’opinione di Norisk che invece preferisce evitare troppo la sovraesposizione limitandosi al 41%. Una scelta, quest’ultima, dettata proprio dai motivi di incertezza accennati sopra e cioè i fondamentali ancora deboli ma soprattutto la situazione internazionale che non offre punti di appoggio per una sicurezza sistematica: se da una parte spaventa la Cina troppo debole dall’altra la spada di Damocle di un’uscita della Gran Bretagna dall’Europa non offre certo un motivo per sorridere anche perchè, è bene ricordarlo, l’Unione e la zona euro sono entrambe dilaniate da una serie di disaccordi che da tempo minano la credibilità di entrambe le istituzioni tanto da rendere la Bce e Mario Draghi in primis, l’unico vero referente affidabile.

Il che spiega le attese per l’evento del 10 marzo.

Lo scenario negativo

Ma, come detto, più sono le attese più sono i rischi di delusione e in questo secondo caso la strategia dovrà per forza di cose tenere conto di un crollo del fronte europeo e di un conseguente allargamento degli spread.
In questo scenario è sempre Norisk che risponde diminuendo all’estremo la percentuale dell’equity e portandola al 21% con predilezione per gli Usa i quali, per quanto più costosi, risultano essere anche più sicuri in una fase di risk off. E proprio dagli Usa arriva il fattore che ha permesso all’oro di rientrare, seppur in percentuale minima come è giusto che sia, nel portafoglio azionario con il 5%, un ritorno che è giustificato dalla possibile adozione dei tassi negativi anche da parte della Fed sulla scia di un cambio di rotta rispetto a quello che, solo a metà dicembre, voleva l’inizio di un cammino verso la normalizzazione.

Guardando infine all’Europa e alle varie misure che la Bce potrebbe adottare (partendo dall’incrementazione degli acquisti e dall’ampliamento degli asset fino ad arrivare un’ulteriore estensione del programma che andrebbbe oltre il già ampliato marzo 2017)  in molti già considerano per certo il taglio dei tassi di deposito già in territorio negativo e che passerebbero dagli attuali -0,30% a -0,40%.
In questo caso sarà, sottolineano da Scm Sim bene tenere d’occhio le banche, le prime a soffrirne.  


Fonte: News Trend Online

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