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giovedì 24 marzo 2016

Il dollaro presto mostrerà i muscoli?


Con le ultime dichiarazioni del governatore della Fed di St. Louis James Bullard che si è schierato fermamente per un rialzo dei tassi di interesse aumenta il numero dei rappresentanti della Fed intenzionati a incrementare la strada della normalizzazione del costo del denaro.

Chi è a favore?

Prima di lui aveva parlato anche il rappresentante della Fed di Philadelphia Patrick Harker il quale aveva addirittura chiesto un rialzo già dal mese prossimo; le probabilità però che ciò accada sono minime: la maggior parte degli analisti guarda a giugno come data più probabile per un annuncio che di certo scuoterà non poco i mercati e per questo motivo necessita di un'adeguata conferenza stampa che spiegherebbe la scelta nei dettagli tecnici.
Le prime conseguenze delle parole dei vari governatori Fed sono state varie onde d'urto nel delicato panorama degli equilibri monetari con crolli sia per il peso messicano che per il dollaro canadese scesi di oltre l'1% contro il biglietto verde proprio mentre il petrolio statunitense ha registrato un calo del 4% al di sotto della soglia dei 40 dollari al barile.
Ma non è solo la Fed a registrare malumori e discordanze tra i componenti del suo board, anche tra i rappresentanti della Bce ci sono problemi.

E più di uno.

Problemi nella Bce

L'ultima mossa di Mario Draghi svelata al mondo nella riunione del 10 marzo è stata accolta con reazioni contrastanti dai mercati: prima un giubilo inatteso poi il ripensamento e il crollo. Tante le spiegazioni, molte le critiche, diversi i dubbi che sono nati proprio in seguito alla scelta insolitamente incisiva del numero uno della Bce: se Francoforte parte all'attacco dell'inflazione chiamando in causa i Corporate bond, aumentando la liquidità di 20 miliardi anzichè di 10 come tutti si aspettavano portando il totale degli acquisti mensili a 80 miliardi invece dei 60 precedenti superando anche le previsioni dei più ottimisti che parlavano di 70, arrivando alla fine a pagare le banche affinché facciano prestiti all'economia, allora il timore di qualcosa di grosso che non andava in tutto il meccanismo, un meccanismo che tra parentesi non ha che un anno di vita, era particolarmente forte.

La posizione della Germania

Un discorso del genere deve averlo fatto anche Jens Weidmann,membro del board della Bce e numero uno della Bundesbank il quale non ha mai nascosto le sue contrarietà per le decisioni accomodanti della Bce in passato e meno che mai, ovviamente, adesso.

Per questo motivo non ha esitato a dire che secondo lui
“la Bce è andata decisamente troppo lontana e il pacchetto di misure adottate non mi ha convinto”
Gli strali di Weidmann si sono abbattuti per la precisione sulle misure che, stando al suo parere, vogliono raggiungere il target dell'inflazione al 2% nel minor tempo possibile e senza tener conto dei danni che arrecano.
Principalmente non si curano molto dei profitti delle banche il che renderebbe inefficaci, paradossalmente, proprio le stesse misure che la Bce ha varato: i tassi bassi o negativi diminuiscono le riserve di capitale delle banche con erosione dei profitti e conseguente rallentamento dei prestiti.

I motivi

Non solo, ma il pericolo della deflazione, pericolo che da sempre i tedeschi considerano ingigantito dal numero uno della Banca Centrale, non sarebbe tale da giustificare l'utilizzo intenso di misure finanziarie potenzialmente pericolose, ancora di più sul lungo periodo dal momento che il limite temporale delle strategie varate un anno fa è stato più volte spostato nel tempo e quello delle nuove non è stato definito.

Una pecca, quest'ultima, che potrebbe creare facilmente un alibi per i governi, in particolare per quelli dell'Europa periferica, i quali, sentendosi al sicuro grazie al paracadute della Bce che terrà buoni i rendimenti e gli spread, non avranno più alcun pungolo per procedere sulla strada delle riforme come chiesto sempre da Draghi.


Fonte: News Trend Online

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