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venerdì 4 marzo 2016

Greggio: l'illusione continua


Inizialmente il greggio e soprattutto il calo della produzione statunitense avevano dato un'intonazione positiva ai mercati.

I fuochi fatui dei numeri

Ma già da tempo il trend negativo è caratterizzato da improvvise fiammate che danno solo l'illusione che il livello più basso sia stato toccato e la risalita cominciata.
A soffiare su questo piccolo fuoco, l'entusiasmo di chi ha constatato un graduale apprezzamento della materia prima. Le quotazioni del petrolio comunque riescono a reggere i livelli raggiunti grazie anche al dato statunitense sui nuovi posti di lavoro che con le loro 242.000 unità, risultato superiore alle previsioni degli esperti che arrivavano a 200mila, permette di prevedere un aumento se non proprio del greggio per lo meno del carburante usato da questi per recarsi al lavoro.


La view? Meglio ampia

Ma come in tutte le cose che riguardano il mondo degli investimenti, la finestra temporale dev'essere più ampia possibile per riuscire a prendere una decisione serena ed oggettivamente valida.

Per quanto sia vero che il prezzo del Brent ha continuato a reggere sopra i 35 dollari al barile e 36 solo negli ultimi 5 giorni così come in rialzo è anche il prezzo del Wti, resta il fatto che questa fiducia arriva sull'onda di un accordo, quello tra Russia e Opec che di per sé non è forte, anzi.
Il mercato vuole ostinatamente ignorare i tanti punti oscuri sul futuro di una strategia che vede solo ed esclusivamente nel taglio della produzione la sola strada per la rimonta dei prezzi, taglio che in realtà nessuno dei tanto protagonisti è intenzionato ad adottare. E anche qualora venisse raggiunto un accordo in pieno tra le tante economie, le cui esigenze in materia di costi di produzione sono estremamente variegati, resta ancora fermo il principio di base errato e cioè un congelamento della produzione a soglie già di per sé alte.

L'accordo e la sua fragilità

Guardando ai singoli protagonisti, infatti, la Russia ha toccato il record a gennaio di quasi 11 milioni di barili al giorno, 10.9 milioni per l'esattezza, gli stessi della sua principale alleata (ma solo in chiave di eventuale intesa) Arabia Saudita, il tutto mentre il terzo produttore, l'Iran, non vuole parlare né di congelamento e tantomeno di tagli dal momento che il suo target è quello di un aumento di un altro milione di barili al giorno, mentre 9 milioni è la quota degli Usa i quali, facendo di necessità virtù, non solo sono riusciti a tagliare i costi e riorgaizzare gli investimenti ma sfruttando le ultime tecnologie hanno ulteriormente ottimizzato i rendimenti riuscendo a sfruttare al meglio le già ampie risorse di materia prima a loro disposizione con scorte che nel territorio statunitense arrivano a oltre 10 milioni. Il numero di impianti di perforazione di petrolio e gas naturale negli Stati Uniti risultava pari a 502 vicino al minimo storico di 488 secondo i dati Baker Hughes.

Intanto Ibe Kachikwu, ministro nigeriano del petrolio confermato che un incontro tra l'OPEC e paesi non OPEC si terrà il 20 marzo a Mosca per "mettere a punto strategie di collaborazione", secondo un comunicato del Nigerian National Petroleum Corp.


Fonte: News Trend Online

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